IL SERVO ARBITRIO
da Martin Luther
INTRODUZIONE
Tu dici - o Erasmo - che non ami le affermazioni teologiche assolute e che seguiresti volentieri l’opinione degli scettici.. ma non è da cristiani il temere le affermazioni: al contrario, un cristiano deve essere felice di affermare la sua fede oppure non è un cristiano. E - innanzi tutto - per non giocare sulle parole, cosa significa questa espressione: « Una affermazione teologica? ». Significa: rimanere fermamente attaccati alla propria convinzione, affermarla, confessarla e difenderla fino alla morte con perseveranza. Io non credo che questa parola “assertio” significhi altra cosa in latino né secondo l’uso del nostro secolo... nulla è più noto e più usato presso i cristiani dell’affermazione teologica (assertio). Se tu respingi le affermazioni teologiche, tu respingi il cristianesimo... Infatti, se tu pensi che non sia necessario conoscere la questione del libero arbitrio e che questa questione non abbia nulla a che fare con il Cristo, tu parli bene e tuttavia giudichi come un empio. Se al contrario tu pensi che questa discussione sia necessaria, tu parli come un empio e tuttavia giudichi bene. Ma allora non c’era ragione che tu ti lamentassi circa le affermazioni inutili e le varie discussioni... E’ vero - invece - che un cristiano parlerà piuttosto così: «L’opinione degli scettici mi piace così poco che - se non fosse per l’infermità della carne - vorrei non solo aderire costantemente e pienamente a ciò che dice la Scrittura, ma per di più vorrei possedere la più grande certezza possibile sulle cose non necessarie ed estranee alla Scrittura ». Che c’è - infatti - di più miserevole dell’incertezza?
E che cosa ancora dobbiamo pensare di quest’altro tuo pensiero? Tu dici: « alle loro decisioni io sottometto volentieri sempre il mio sentimento, che io capisca o non capisca ciò che esse mi ordinano ».
Che dici tu mai o Erasmo? Non è sufficiente sottomettere il proprio giudizio alla Sacra Scrittura? Vuoi tu sottometterlo anche ai decreti della Chiesa? Che cosa può ordinare quest’ultima che non sia già ordinato dalla Scrittura?... Riassumendo, mi sembra che risulti dalle tue parole che ti importa poco chi crede questo o quello, purché la pace esteriore sia salvaguardata.
Tu distingui, fra i dogmi cristiani, quelli che è necessario conoscere e quelli che non è necessario conoscere e tu dici che alcuni di loro ci sono nascosti mentre altri ci sono accessibili... Che ci siano in Dio molto cose nascoste che noi ignoriamo ‘ di ciò nessun dubbio.... ma che ci siano nella Scrittura cose oscure ed inaccessibili a tutti , questa e’ una opinione che e stata divulgata dai sofisti empi per bocca dei quali tu parli qui o Erasmo... è con spauracchi di questo genere che Satana ha distolto la gente dalla lettura della Sacra Scrittura ed ha reso questa disprezzabile onde introdurre la sua peste nella Chiesa... Quando sappiamo che tutte le cose contenute nella Scrittura sono situate in piena luce, e insensato ed empio sostenere che sono oscure per via di qualche parola difficile da comprendere. Se in certi passi le parole sono oscure, in altri passi esse sono chiare... Poco importa, quando una cosa è in piena luce, che uno dei suoi segni si trovi nelle tenebre, quando molti altri segni suoi sono illuminati... Perciò tu sbagli quando parli della caverna di Corycios Non è così che si presentano le cose nella Scrittura. E per quel che concerne i misteri più profondi e più sublimi, essi non sono affatto nascosti, ma so presentati ed esposti in pubblico agli occhi di tutti. Cristo infatti ci ha aperto lo spirito onde comprendessimo le Scritture; e l’Evangelo è predicato a tutte le creature. « Il suono della sua voce esce fuori per tutta la terra » (Salmo XIX, 4) «tutto ciò che fu scritto fu scritto per ammaestramento» (Romani XV, 4) ed ancora: « Ogni scrittura è ispirata da Dio e utile per istruirci » (Il Timoteo 111, 16). Io pertanto sfido te e gli altri sofisti a produrre un sol mistero ancora nascosto nelle Scritture. Pertanto, se molte cose restano ancora oscure agli occhi di molti, ciò non è dovuto all’oscurità-della Scrittura ma alla cecità’ di quei molti e alla loro mancanza di intelligenza, essi che non compiono alcuno sforzo per vedere la verità’ splendente . E’ ciò che Paolo dice degli Ebrei nella II Córinzi III, 15: « un velo è stato gettato sui loro cuori ». Ed ancora: « Se il nostro Evangelo è ancora velato lo è per quelli che periscono, per gli increduli dei quali il Dio di questo secolo ha accecato l’intelligenza » (11 Corinzi IV, 3 sg.)...
Ciò che tuttavia è intollerabile è che tu situi la questione del libero arbitrio nel novero di quelle inutili e non necessarie. Tu elenchi le cose che giudichi sufficienti per la pietà cristiana come lo potrebbe fare un qualunque ebreo o un pagano che non conoscesse assolutamente nulla del Cristo. Infatti tu non fai neppure menzione del Cristo, come se tu pensassi che ci possa essere pietà cristiana senza Cristo purché si adorasse con tutte le proprie forze , un Dio sovranamente buono per natura. Che dovrò io dire di ciò o Erasmo?...
E’forse empio, temerario e superfluo, come tu sostieni sapere se la prescienza di Dio è contingente, se la nostra volontà può agire in ciò che riguarda la nostra Salvezza eterna o deve invece soltanto subire l’azione della grazia; se ciò che noi facciamo di bene o di male noi lo facciamo o piuttosto lo subiamo per pura necessita’? Ma allora io ti domando che cosa e ancora da considerarsi come religioso ? Che cosa è ancora importante? Che cosa è ancora utile a sapersi?... Si potrebbe almeno pretendere, anche da un nemico dei cristiani, che sapesse che cosa i cristiani considerano ancora come - utile, e necessario. Ma tu, teologo e dottore dei cristiani, pretendi mostrar loro in che consiste la vita cristiana e non chiedi neppure, malgrado il tuo abituale scetticismo, ciò che possa essere per loro più utile... Che cosa potrai mai tu scrivere di buono e di giusto riguardo al libero arbitrio se le tue parole rivelano una così grande ignoranza della Scrittura e della pietà?
La vita cristiana, come tu la descrivi, implica, tra l’altro, che noi dobbiamo tendere con tutte le nostre forze alla pietà, ricorrere al rinnovo della penitenza e cercar di acquisire con ogni mezzo la misericordia di Dio senza la quale la volontà e lo sforzo umani sono impotenti .
Inoltre, nessuno deve disperare del perdono concesso da un Dio sommamente buono per natura. Parole siffatte, senza il Cristo, senza lo Spirito, sono più fredde dello stesso ghiaccio... E’ empio - tu dici - temerario e superfluo cercar di sapere se la nostra volontà agisca nelle cose che concernono la salvezza eterna, o se essa debba limitarsi a ricevere la grazia agente. Ma tu qui dici il contrario. La pietà cristiana consiste - secondo te - a sforzarsi verso la salvezza; ma la nostra volontà è inefficace senza la misericordia di Dio. Tu - d’altronde - non definisci ciò che bisogna intendere per « agire » e per « subire » e noi ignoriamo ciò che può la nostra volontà e ciò che può la misericordia di Dio, mentre tu pretendi giustamente d’insegnarci cosa sia questa volontà e cosa sia questa misericordia. Così la tua saggezza, quella saggezza che ti ha ispirato la neutralità tra le due parti in causa e ti ha spinto a bordeggiare abilmente tra Scilla e Cariddi, si torce contro se stessa e, sballottato dai flutti dell’alto mare, tu finisci coll’affermare ciò che neghi, pur negando ciò che vai affermando...
Tu domandi di agire; ma ci proibisci di provare, di misurare o di conoscere le nostre forze prima della tenzone, come se ciò fosse temerario, _superfluo empio . E mentre con la tua eccessiva saggezza tu disprezzi gli atti irriflessivi ed ostenti prudenza, arrivi perfino ad insegnare la più grande temerarietà. Infatti, se i sofisti sono insensati e temerari quando discutono di vuoti problemi ‘ peccano tuttavia meno di te che insegni ed ordini di essere temerari ed insensati. E onde la follia sia più grande tu vuoi persuaderci che questa temerarietà è il colmo della pietà cristiana e che in essa risiede la salvezza.
Se noi non facciamo così, tu affermi (tu, il nemico giurato delle affermazioni) che noi siamo empi, temerari e vani; ed hai con ciò fortunosamente evitato Scilla ‘ pur riuscendo a non incappare in Cariddi. E’ la fiducia eccessiva nel tuo giudizio che ti ha condotto lì... Non è dunque empio temerario e vano sapere se la volontà può agire nelle cose concernenti la salvezza: è al contrario, d’importanza capitale per il cristiano. E’ il perno della nostra discussione ; qui si trova il nodo del problema. Ciò che noi cerchiamo di sapere è questo: cosa può il libero arbitrio? Che cosa subisce? Quali sono i suoi rapporti con la grazia divina? Se noi non sappiamo questo, nulla sappiamo di ciò che importa ad un cristiano e noi siamo peggio dei pagani...
Tu vuoi scrivere a proposito del libero arbitrio e cominci col gettare a mare il tutto insieme con le parti. t infatti impossibile sapere ciò che è il libero arbitrio se prima non si sa cosa può la volontà umana, ciò che fa Dio e se la sua prescienza ha o non ha un carattere di necessità... Ma tu spogli questo libero arbitrio, già di per sé così miserabile, di tutti i suoi attributi e non dai alcuna definizione delle questioni che lo concernono, salvo una: esiste il libero arbitrio? E lo fai con argomenti così poveri - come vedremo - che non ho mai letto un libro così debole sul libero arbitrio, salvo - beninteso - l’eleganza dello stile. Su questo punto i sofisti ragionano meglio di te perché, ignorando i fiori della retorica, si attaccano subito alla sostanza del problema del libero arbitrio, dando tutte le definizioni che lo concernono: se è, ciò che è, ciò che può fare , come opera, ecc., anche se il loro tentativo non sortisce a nulla...
Cosa vuoi tu dire quando pretendi che certe verità non devono essere rivelate al volgo? Intendi forse situare nel novero di queste anche la -tesi relativa al libero arbitrio?... Perché allora non sei tu più coerente con te stesso e non abbandoni la discussione? Se tu hai ragione di trattar del libero arbitrio perché biasimi tu quelli che lo fanno? E se non è bene trattar di questa questione, perché tu lo fai? Ma se il libero arbitrio non è del numero dei soggetti da evitare, tu t’allontani una volta di più dalla questione e chiacchieri su argomenti il cui posto non è qui... Per quel che riguarda il tuo primo esempio: non dobbiamo noi insegnare che il Figlio di Dio è stato portato nel seno di una Vergine e che è nato da un ventre materno) Che differenza c’è tra un ventre umano e non importa qual altro luogo impuro?... Cristo non ha forse parimenti a noi avuto un corpo umano simile al nostro? Che cosa c’è di più impuro? Forse che questo ci impedirà di dire che Dio ha corporalmente abitato in Cristo, come fa Paolo? Per il secondo esempio che tu fai, ammetto che ci possa essere qualche cosa di scandaloso nell’insegnare - se lo si insegna - che ci sono tre Dèi. Ma ciò non è vero, e la Scrittura non lo insegna. Sono i sofisti che parlano così e che hanno inventato una nuova dialettica. Ma in che cosa ciò ci concerne? Rimane l’esempio della confessione e dell’assoluzione. A questo proposito io non posso non ammirare con quale meravigliosa prudenza tu sappia difendere la tua tesi ed avanzare - secondo il tuo costume - su punte di spilli in modo da non parer né di condannare puramente e semplicemente la nostra tesi, né di attentare alla tirannia papale... Tu accusi il popolo di abusare della dottrina che noi predichiamo - quella cioè della libertà di confessione e di asservirla alle concupiscenze della carne. Tu pretendi che la confessione obbligatoria impedirebbe questo abuso...
[Ma io ti dico che] le coscienze non sono legate che dal comandamento di Dio onde sia abolita la tirannia papale, la quale con falsi timori tormenta le anime e le uccide e che sottopone il corpo a varie macerazioni . Infatti il Papa ha un bel imporre alla gente la confessione così come impone. altri fardelli, egli non sottomette i cuori, anzi li eccita ancora di più all’odio di Dio e degli uomini. Ed è invano che impone ai corpi crudeli mortificazioni: non riesce ad altro che a fare degli ipocriti. Perciò i tiranni che impongono queste leggi non sono che lupi rapaci, omicidi e ladri di anime. E sono queste persone - o buon consigliere d’anime - che tu vorresti ristabilire presso di noi onde riempiano il mondo di ipocriti, maledicenti e disprezzatori di Dio nel loro cuore, anche se esteriormente con le apparenze salve ... ? Ci sono dici tu - certe malattie, come la lebbra, che e’ più agevole sopportare che guarirne... E’ permesso, secondo te, dire la verità; ma la verità, aggiungi, non e’ utile in tutti i tempi, in ogni luogo e per non importa chi. Ah! Come sai parlare bene! Malauguratamente tu non sai quel che ti dici... Tu credi che per salvare la pace esteriore conviene essere pazienti e fare concessioni onde evitare che il mondo sia turbato... Se tu puoi scrivere simili cose vuol dire che non leggi le Scritture con sufficiente attenzione: altrimenti tu avresti notato che la vera natura della Parola di Dio è di suscitare continuamente una rivoluzione nel mondo. E’ ciò che afferma pubblicamente il Cristo dicendo: « Non sono venuto a portar pace ma spada » (Matteo : X, 34)... Il mondo che ha per Dio Satana non può e non vuole sopportare la parola del vero Dio. Il vero Dio non può e non vuole tacere. E quando Dio e Satana entrano in guerra come non potrebbe esserci una grande rivoluzione nel mondo intero? Voler soffocare la rivoluzione è voler cacciare dal mondo la Parola di Dio. Infatti la Parola di Dio viene per trasformare e rinnovare il mondo intero... Quanto a me, se io non vedessi questi rivolgimenti, direi che la Parola di Dio non è nel mondo. Ma siccome li vedo mi rallegro fin nel fondo del cuore, certo come sono che il regno del Papa e dei suoi satelliti crollerà, grazie alla Parola di Dio che penetra dappertutto. Vedo bene, o Erasmo mio caro, che in molte tue opere tu ti lamenti di questi sconvolgimenti e ti rammarichi che pace e concordia stiano sparendo dal mondo... E’ dunque a ciò che mira la tua bella sentenza: « Ci sono malattie che è meglio sopportare che guarirne, dato che la loro guarigione comporterebbe mali peggiori». Ma tu fai un cattivo uso del tuo paragone. Avresti dovuto dire: « Le malattie che conviene sopportare sono appunto questi rivolgimenti , queste rivoluzioni, queste sedizioni , queste discordie, queste guerre , in altre parole tutte quelle cose che fanno saltare in aria il mondo e lo dilacerano a causa della Parola di Dio. Val meglio - infatti - soffrire mali temporanei piuttosto che lasciar sussistere false dottrine destinate necessariamente a produrre la perdita delle anime se queste non son trasformate dalla Parola di Dio... Per ciò che concerne il dogma della libertà di confessione e di assoluzione tu neghi oppure ignori come essa sia fondata sulla Parola di Dio. Noi sappiamo tuttavia con ogni certezza che la Parola di Dio afferma e proclama la libertà del cristiano, onde le leggi umane non lo imprigionino nei legami della servitù. t ben ciò che noi abbiamo sempre, in svariate occasioni, sostenuto ed insegnato; e se tu lo desideri, siamo pronti ancora o a discuterne con le o ad esportelo dettagliatamente. I libri nei quali noi abbiamo trattato della questione non mancano.
Citi poi assai male a proposito la frase di Paolo: « Tutto mi è permesso, ma non tutto è utile» di 1 Corinzi VI, 12. Infatti, in questo passo, Paolo non parla della dottrina della verità che deve essere insegnata (contrariamente alla tu falsa affermazione ). Ciò che Paolo vuole è che la verità sia annunziata in tutti i tempi, in ogni luogo ed in ogni modo; giunge fino al punto di rallegrarsi che il Cristo sia predicato « comunque sia » ed anche « in uno spirito di contestazione ». « Che importa - egli dice - Cristo è comunque annunziato, me ne rallegro e me ne rallegrerò ancora » (Filippesi 1, 15, 18). Ma nel versetto che tu citi, Paolo parla dell’uso che si deve fare della dottrina e parla specialmente di quelli che si vantano della loro libertà cristiana, non cercando che il proprio bene e non preoccupandosi degli scandali che possono suscitare nell’animo dei deboli. La Verità e la dottrina devono essere predicate sempre, apertamente e costantemente; non si deve edulcorarle o passarle sotto silenzio poiché in esse non c’è alcun motivo di scandalo. Esse sono uno scettro di giustizia.
Ti ho già dimostrato che tutte le verità contenute nelle Scritture sono accessibili a tutti e sono necessarie per la salvezza. P- d’altronde ciò che tu stesso hai scritto e sostenuto nella tua Paraclesis : allora eri certamente più ispirato di oggi... Ed è questa medesima umana saggezza che ti fa dire che se un Concilio ha adottato una decisione errata, non lo si deve denunziare apertamente onde questa stessa critica non conduca a disprezzare l’autorità dei venerabili padri. Ecco qui una frase che deve far piacere al Papa: egli preferisce di certo ascoltare simili dichiarazioni piuttosto che ascoltare l’Evangelo. Sarebbe un Papa ingrato se non ti concedesse il cappello cardinalizio con tutti i benefizi che questa concessione comporta!... . Ma bisogna ,Considerare l’autorità dei Padri come indifferente e respingere tutte le decisioni che non sono conformi ala parola di Dio. Infatti Cristo è superiore all’autorità dei padri. Riassumendo: se la tua opinione concerne la Parola di Dio, questa opinione è empia; se essa concerne - invece - altre cose, non dobbiamo neppure parlarne. E’ la Parola stessa di Dio che agisce. Verso la fine della tua introduzione tu cerchi seriamente di distoglierci da questa dottrina e sembri quasi sicuro di aver riportato la vittoria. Cosa c’è di più inutile - dici tu - che di portare questo paradosso a conoscenza di tutti e di affermare pubblicamente che tutto ciò che noi facciamo risulta non opera del nostro libero arbitrio ma di una pura necessità? Tu citi le parole di Agostino: « t Dio che determina in noi il bene ed il male; sono le sue buone opere che Egli ricompensa in noi e sono le sue cattive azioni che Egli punisce in noi » e ti dilunghi sulle funeste conseguenze di questa dottrina che aprirebbe - dici tu - largamente la strada all’empietà . Quale malvagio vorrà più condurre una vita migliore? Chi potrà credersi amato da Dio? Chi lotterà ancora contro gli assalti della carne?
... Mio caro Erasmo, te lo ripeto una volta di più: se tu reputi che questi paradossi sono invenzioni. umane, perché compi tu sforzi così appassionati per combatterli?... Ma se tu reputi che questi paradossi sono parole divine, non dovresti vergognarti? Che cosa son diventati presso di te il timore ed il rispetto dovuti a Dio se osi dire: « Non c’è nulla di più inutile che insegnare la Parola di Dio »? Senza dubbio il Creatore deve apprendere da te - sua creatura - ciò che è utile e ciò che è inutile predicare! Questo Dio stupido ed ignorante non sapeva ciò che conveniva insegnare finché è venuto Erasmo ad insegnarglielo! Come se Dio non conoscesse, prima che tu glielo indicassi, le conseguenze di questo paradosso)!...
Chi dunque - dici tu - si sforzerà di correggere e di migliorare la sua vita? Rispondo: nessuno lo può; infatti quelli che pretendono di farlo senza l’aiuto dello Spirito sono degli ipocriti che Dio abbandona alla loro sorte. Gli eletti e gli uomini pii saranno corretti e migliorati grazie allo Spirito Santo; quanto agli altri essi periranno senza esser stati corretti. Agostino - d’altronde - non dice affatto che nessuna opera umana o che tutte le opere umane sono ricompensate, ma che le opere di qualche uomo lo saranno . Ci saranno dunque alcuni uomini che emenderanno e miglioreranno la loro vita.
Chi può credersi amato da Dio? dici tu ancora. Rispondo: nessun uomo può crederlo; ma gli eletti lo crederanno, e gli altri - quelli che non lo credono- saranno perduti e bestemmieranno contro Dio, come fai tu nel tuo libro . Ci saranno pertanto alcuni uomini che crederanno. Ma se questi dogmi aprono la via all’empietà, eh bene, che cosà sia! t un effetto di quella lebbra della quale parlavamo più su e che val meglio sopportare che volerne guarire. Ma è anche grazie a questi dogmi che si aprirà per gli eletti e gli uomini pii la porta che conduce alla giustizia e che conduce al cielo ed a Dio.
... Qual è dunque - dirai tu - l’utilità o la necessità di divulgare questa dottrina quando può risultarne del male? Risponderò semplicemente: è sufficiente che Dio l’abbia voluto; noi non-dobbiamo ricercare le ragioni della volontà’ divina , ma adorare questa volontà’ e rendere gloria a Dio .Infatti Dio, siccome e’ giusto e saggio , non può far nulla che non sia giusto e saggio, anche se ai nostri occhi non sembra che sia così. Questa risposta deve essere sufficiente agli uomini pii. Ma, in più, ti darò ancora due ragioni che giustificano la necessità di predicare questa dottrina. La prima è l’umiliazione del nostro orgoglio e la conoscenza della grazia di Dio. La seconda e’ la fede cristiana stessa. In primo luogo - infatti- e’ certo che dio ha promesso la sua grazia agli umili di cuore, vale a dire a quelli che confessano il loro peccato e la loro miseria. Ma l’uomo non può umiliarsi veramente finché non saprà che i suoi sforzi e le sue risoluzioni, la sua volontà e le sue opere non servono a nulla, ma che la sua salvezza dipende unicamente dalla decisione, dalla volontà e dall’azione di Dio... In secondo luogo, la fede concerne cose che non si vedono . Per conseguenza c’è fede solo se le cose alle quali io credo sono nascoste. Ma dove sarebbero meglio nascoste queste cose che sotto un’apparenza, un sentimento o un’esperienza contraria? Se dunque Dio vuol renderci viventi, ci uccide; se vuole giustificarci lo fa rendendoci colpevoli; se vuole aprirci il cielo, ci piomba nell’inferno; come dice la Scrittura: « L’Eterno fa morire e fa vivere; fa scendere nel soggiorno dei morti e ne fa risalire » (I Sam. 11, 6)... Così Dio nasconde la sua bontà e la sua misericordia sotto la collera eterna e la sua giustizia sotto l’iniquità. t proprio qui che è richiesto il più alto grado di fede: credere che sia clementi Colui che salva così pochi uomini e ne danna un sì gran numero...
Tu dici che il libero arbitrio non ha che una forza minima, al punto di essere inefficace senza la grazia di Dio. Proprio questo che tu affermi? Allora ti pongo questa domanda e ti prego di rispondere: « Che cosa può fare, questa forza minima se la grazia di Dio le viene a mancare? ». Resta inefficace - dici tu - e non fa nulla di buono. Dunque, questa forza non farà nulla di ciò che Dio (o la sua grazia) vuole, poiché noi abbiamo riconosciuto che la grazia le viene a mancare. Ma tutto ciò che non è fatto dalla grazia di Dio non può essere buono. Dal che ne segue che il libero arbitrio, privato della grazia di Dio, non è libero, ma prigioniero e schiavo del male, dato che non può, da solo, volgersi verso il bene. Verso la fine della tua introduzione tu dici che, seguendo l’esempio di Paolo, dovremmo predicare Cristo crocifisso e la sapienza per quelli che son maturi; che il linguaggio della Scrittura è adattato all’intendimento dei diversi uditori ai quali si rivolge e che è di ciascun predicatore, guidato dalla saggezza e dall’amore cristiano, insegnare ciò che può convenire al prossimo. Tutto ciò non è esatto e testimonia della tua ignoranza. Infatti anche noi non insegniamo altro che Cristo crocifisso. Ma Cristo crocifisso porta con sé tutte queste cose, ivi compresa la sapienza che si deve predicare presso quelli che son maturi... Più avanti tu citi queste espressioni della Bibbia: « Dio si mette in collera, Dio odia, Dio si affligge, Dio ha pietà; Dio si pente » e dici che nessuna di queste espressioni si addice a Dio. Ma ciò è quel che si chiama cercare difficoltà là dove non ce ne sono. Queste espressioni non rendono la Scrittura oscura e non obbligano ad adattarli ai diversi uditori, a meno di voler gettare l’oscurità _la dove non c’e’ ne. Queste sono espressioni grammaticali e figure retoriche che tutti i fanciulli conoscono. Ma è di dogmi che noi trattiamo e non di espressioni grammaticali.
Proprio all’inizio della discussione tu prometti di appoggiarti sugli scritti canonici, dato che Lutero non accetta alcuna altra autorità. Sta bene; prendo atto della promessa, ancorché essa significhi non già che tu consideri gli autori non canonici come inutili, ma che vuoi solo evitare un lavoro inutile. Infatti tu non approvi la mia audacia o la mia temerarietà. Tu infatti sei impressionato dal numero dei sapienti teologi, riconosciuti per consentimento unanime di tanti secoli, fra i quali trovi esegeti esperti nella conoscenza della Scrittura, trovi santi, qualche martire, molti uomini celebri per i loro miracoli. Aggiungivi ancora i teologi recenti, le numerose scuole, i concili, i vescovi, i papi. In totale: da un lato si trovano l’erudizione, lo spirito, il numero, la grandezza, l’elevazione, la forza, la santità, i miracoli, e che so io ancora. Dalla parte di Lutero invece non ci sono che Wyclif e Lorenzo Valla, ancorché Agostino - che tu passi sotto silenzio - sia interamente dalla mia. Ma questi pochi qua - per te - non hanno peso di fronte a quei molti là. Rimane dunque il solo Lutero, un povero isolato, un uomo recentemente apparso con i suoi amici, presso i quali non c’è ne quella erudizione , né quella intelligenza, né quel numero, né quella grandezza, né quella santità, né quei miracoli e che pertanto non sarebbero capaci di guarire neppure un cavallo zoppo .
Riconosco, mio caro Erasmo, che sei giustamente colpito da tutto ciò. Sono ormai più - di dieci anni che anch’io sono colpito e penso che non ci sia nessuno che possa essere più di -me e più’sconvolto... Dio, che conosce il mio cuore, sa che sarei rimasto dove ero se la voce della mia coscienza e l’evidenza delle cose non mi avessero obbligato a parlare... Ma non è questo il luogo per scrivere una storia della mia vita o delle mie opere: se ho incominciato questo lavoro non è per farmi valere, ma per esaltare la grazia di Dio. Chi io sia o quale spirito mi abbia spinto ad agire, è Dio che lo sa: Egli sa anche che tutto ciò si compie per sua volontà e non certo per mio volere...
D’accordo dunque: noi siamo semplici uomini e voi personaggi importanti; siamo un piccolo gruppo e siete legione; siamo ignoranti e siete eruditi; siamo incolti e siete ripieni di spirito; siamo nati ieri e siete vecchi come Deucalione ; non siamo mai stati accettati e voi siete stati approvati per secoli. Infine, noi siamo peccatori, carnali, senza intelligenza; e voi per santità, spirito e miracoli ispirate paura anche ai demoni. P- inteso. Ma concedeteci almeno il diritto che si riconosce ai Turchi e agli Ebrei: cioè’ di chiedervi conto della vostra dottrina, come il vostro Pietro vi ha ordinato. La nostra domanda e’ stata modesta: ... diteci dunque quale specie di opere questa forza del libero arbitrio esige che si facciano e quali opere produce... Non solo non siete capaci di portarci un esempio qualunque, ma anzi - cosa inaudita - voi non potete neppure dimostrare chiaramente la natura del vostro « libero arbitrio », onde noi si possa per lo meno rappresentarcelo. 0 i bei dottori del libero arbitrio! Cosa siete voi dunque se non una voce e null’altro che una voce?...
Sarebbe incredibile secondo te che Dio avesse lasciato la sua Chiesa nell’errore per così tanti secoli e che non. avesse rivelato ad alcun santo ciò che costituisce - ai nostri occhi - l’essenza della dottrina evangelica. Innanzi tutto noi non diciamo che Dio abbia tollerato questo errore nella sua Chiesa né presso alcuno dei santi. La Chiesa -infatti - è retta dallo Spirito di Dio ed i santi sono condotti dallo Spirito, come dice Paolo in Romani VIII, v. 14... Ma qui occorre subito chiarire un equivoco. ciò che tu chiami Chiesa, è veramente Chiesa?... Al tempo del Profeta Elia tutta la comunità israelitica era caduta nell’idolatria al punto che Elia credeva d’essere rimasto il solo credente ; tuttavia, mentre, capi, preti, profeti e tutto ciò che poteva essere chiamato popolo o Chiesa di Dio era perduto, Dio si riservò settemila uomini. Ma chi riconobbe allora che quegli uomini erano il popolo di Dio? Chi dunque oserà negare che Dio si sia riservato una Chiesa nel popolo, al disotto degli uomini ragguardevoli e titolati da te citati, ed abbia lasciato cadere questi ultimi nell’errore, come fece con il regno d’Israele? Infatti Dio è abituato a colpire l’élite d’Israele e ad uccidere i migliori di essi , e conservare invece i disprezzati che formano il resto d’Israele, come dice Isaia . Che cosa è dunque accaduto al tempo di Gesù Cristo stesso, quando tutti gli apostoli si scandalizzavano e lo abbandonavano 21 , quando era rinnegato e condannato da tutto il popolo, mentre, appena due o tre persone, Nicodemo, Giuseppe ed il ladro, ne erano salvati presso la croce? Queste persone che lo rinnegavano non eran forse chiamate « il popolo di Dio »? E rimasto, infatti, un popolo di Dio, ma non gli si è dato questo nome; e quello al quale è stato dato questo nome non era, in realtà, il popolo di Dio.
Chissà se, fin dall’origine, non è stata questa la situazione permanente della Chiesa di Dio: gli uni eran chiamati « popolo di Dio » e « santi di Dio » e non lo erano; gli altri, quelli che Dio si era riservati, non erano chiamati « popolo di Dio », così come ci dimostrano le storie di Caino ed Abele, di Ismaele ed Isacco, di Esaù e Giacobbe”. Ricordati ancora il tempo dell’arianesimo, nel qual. appena cinquanta erano i vescovi rimasti cattolici nel mondo intero: eppure anche questi furono cacciati dalla loro cattedra, mentre gli Ariani tenevano il governo della Chiesa. Cristo non ha di meno conservato la sua Chiesa durante il trionfo delle eresie, ma essa non era considerata come tale. E sotto il regno del Papa mostrami un sol vescovo che abbia esercitato il suo ufficio, mostrami un sol concilio nel quale non si sia discusso che delle cose di Dio e non invece di cappelli, di dignità, di prebende e di altre bazzecole profane che nessuno, a meno di essere folle, potrebbe attribuire allo Spirito Santo.
Eppure quella gente lì è chiamata « la Chiesa », benché siano figli della dannazione e non della Chiesa. Tuttavia, al di sopra di loro, Dio ha conservato una Chiesa, benché essa non portasse il nome di chiesa . Quanti santi pensi tu che gli inquisitori hanno bruciato da qualche secolo a questa parte? Pensa a Giovanni Hus Il ed ai suoi; non c’è dubbio che all’epoca loro son vissuti molti uomini pii e santi, animati dal medesimo Spirito...
La vera chiesa, mio caro Erasmo, non è un termine così corrente come il termine Chiesa di Dio ;ed i veri « santi di Dio » si trovano assai meno frequentemente di quelli ai quali si dà questo titolo. Sono perle e gioie che lo spirito non getta ai porci , ma tiene nascoste onde l’empio non veda la gloria di Dio... Io non dico che rifiuto di considerare come santi o come membri della Chiesa di Dio quelli che tu citi, dico soltanto che ciò non è certo e che non lo si può dimostrare, se qualcuno avanzasse dubbi. Perciò la loro santità non costituisce una ragione sufficiente per affermare la verità di una dottrina. lo voglio ben chiamarli santi e considerarli tali; voglio ben considerarli come membri della Chiesa: ma se ciò faccio lo faccio in virtù della carità cristiana e non della fede. Infatti la carità che non sospetta il male e che crede tutto , vuole che io faccia il più largo credito al mio prossimo e che chiami « santi » tutti quelli che sono stati battezzati...
Se consideriamo scienza ed erudizione ci son sapienti dottori dalle due partì; se consideriamo la vita ci son peccatori da entrambe le parti; se ci riferiamo alla Scrittura, tutte e due le parti rivendicano di considerarla come la loro autorità. Infatti non è sulla Scrittura che verte la nostra discussione, bensì sul senso che convien darle (poiché - tu dici - essa non è sufficientemente chiara) . Orbene: da tutte e due le parti non ci son che uomini... restiamo perciò nel dubbio... non faremmo bene -di schierarci dalla parte degli scettici? Tu te la cavi abilmente dicendo che non puoi affermare nulla di certo ma che cerchi e vorresti apprendere la verità: in attesa ti volgi verso il partito che afferma il libero arbitrio fino a quando beninteso la verita si manifesterà! A tutto ciò rispondo: tu non dici tutto quello
che ci sarebbe da dire. Infatti non è per mezzo della scienza, della vita, del dignità, dell’ignoranza, del l’assenza di cultura, né per mezzo del piccolo numero e dell’umiltà che noi proviamo gli spiriti. lo non approvo quelli che si vantano di essere i soli detentori dello Spirito e ho dovuto proprio quest’anno( ed ancora adesso) sterrare una violente contro questi fanatici che interpretano le scritture sottomettendole al proprio loro spirito.
E anche per questo che ho combattuto il Papa. Sotto il suo regno s’è diffusa l’opinione - divenuta comune - secondo la quale le Scritture essendo oscure ed ambigue , si deve chiedere alla sede romana la vera interpretazione...
Noi diciamo dunque: gli spiriti devono essere provati da un doppio giudizio. Innanzi tutto, un giudizio interiore grazie al quale ogni uomo, illuminato dallo Spirito Santo o da un dono particolare di Dio in vista della sua salvezza, giudica e discerne con certezza le dottrine, così come dice l’apostolo in I Corinzi II, (v. 15): « L’uomo spirituale giudica di tutto e non è giudicato da nessuno »... e questo giudizio non può essere giovevole che a colui che lo formula... Il secondo giudizio è un giudizio esterno, in virtù del quale noi giudichiamo gli spiriti e le dottrine non solo per noi stessi, ma anche per gli altri ed in vista della loro salvezza.
Questo secondo giudizio spetta a quelli che esercitano il ministero della Parola, della predicazione e dell’insegnamento, e ce ne serviamo quando si tratta di confermare quelli che son deboli nella fede e quando dobbiamo convincere i contraddittori ... Noi diciamo dunque che la Scrittura deve essere il giudice che mette alla prova tutti gli spiriti nella Chiesa I’. Infatti i cristiani devono essere fermamente rassicurati su questo punto: la Scrittura santa è una luce spirituale ben più chiara del sole , specialmente per le cose concernenti la salvezza o che è necessario conoscere...
Se dunque il dogma del libero arbitrio è oscuro o ambiguo è perché non concerne ne i cristiani ne la scrittura ; bisogna per conseguenza abbandonarlo e metterlo nel novero di quelle favole a proposito delle quali i cristiani litigano e che Paolo ordina di evitare . Se, al contrario, questo dogma concernesse i cristiani e le Scritture, dovrebbe essere chiaro, evidente e luminoso coma §no tutti gli altri articoli di fede ...
Tu poni due affermazioni ... Da un lato dici che questi uomini santi, più sopra citati, son degni d’ammirazione per la loro conoscenza delle Scritture, la loro vita ed il loro martirio. D’altra parte ti lasci andare a dire che la Scrittura non è chiara... Io ti dico che entrambe le tue affermazioni sono false: la Scrittura infatti è perfettamente chiara ed inoltre tutti quei dottori, nella misura in cui hanno affermato il libero arbitrio, non hanno confermato questa dottrina né con la loro vita, né con la loro morte, ma soltanto con ía loro penna in un momento di smarrimento del loro spirito... Se la Scrittura è oscura, come tu dici, è impossibile trovarvi una definizione precisa del libero arbitrio: tu stesso ne sei testimone...
Avrei dunque potuto - su queste considerazioni - metter fine a questa discussione sul libero arbitrio... Tuttavia, siccome Paolo ci ordina di chiudere la bocca ai cianciatori I’, ci attaccheremo all’oggetto stesso della disputa. Per far ciò seguiremo l’ordine della Diatriba. Innanzi tutto, confuteremo i tuoi argomenti in favore del libero arbitrio; poi difenderemo gli argomenti che tu pretendi aver confutato; infine combatteremo contro il libero arbitrio, per’ la grazia di Dio.
PRIMA PARTE
Cominceremo dalla definizione del libero arbitrio. Questa definizione, tu la formuli così 1: « Intendiamo per libero arbitrio un potere della volontà umana in virtù del quale l’uomo può sia applicarsi a tutto ciò che lo conduce all’eterna salvezza, sia, al contrario, allontanarsene ». Ti sei saggiamente limitato a porre questa definizione, senza spiegarne alcun termine (come altri han l’abitudine di fare); infatti devi aver avuto timore di far naufragio più d’una volta...
Potrai forse a buon diritto accordare all’uomo una volontà: ma attribuirgli una volontà libera nelle cose divine è troppo. Infatti, per mezzo di questa espressione « volontà libera » o « libero arbitrio », ciascuno intende una volontà che può fare e che fa, nei confronti di Dio, tutto ciò che le piace; una volontà che non sarebbe ostacolata da alcuna legge, né da alcuna forza superiore...
Sarebbe meglio parlare d’un « arbitrio variabile » o di un « arbitrio vacillante », così come fanno Agostino e, seguendo lui, i sofisti, i quali riducono ed attenuano ciò che quella parola « libero » ha di troppo forte e glorioso e pertanto parlano di variabilità del libero arbitrio... Ma, onde non ci si accusi di compiacerci di battaglie verbali, chiuderemo momentaneamente gli occhi sull’abuso dell’espressione « libero arbitrio » (ancorché questo abuso sia grande e pericoloso) e concederemo ad Erasmo che il libero arbitrio sia la forza della volontà umana... Tu parli chiaramente quando dici: « Il libero arbitrio è una forza della volontà umana ». Ma tu somigli ad un gladiatore il cui elmo gli nasconde la vista quando parli di “ appilcarsi alle cose che conducono o di applicarsi alle cose che se ne allontanano ». Cosa dobbiamo noi intendere per « applicarsi » o per « allontanarsi »? Quali sono le cose che ci conducono alla salvezza? Dove ci condurrà dunque tutto ciò? Ho a che fare - e ben lo vedo! - ad un Scoto o ad un Eraclìto di modo che devo compiere una doppia e penosa fatica. Innanzi tutto devo cercare il mio avversario nell’oscura fossa dove si nasconde, barcollando nelle tenebre per cercare di individuarlo onde poterlo - dopo averlo trovato - affrontare validamente e non come se avessi a combattere contro fantasmi. In secondo luogo devo - dopo aver condotto il mio avversario alla luce del sole - combattere con lui ad armi uguali...
Le cose « che conducono all’eterna salvezza » devono essere - io penso - le parole e le opere di Dio che sono offerte alla volontà umana, onde questa possa volgersi ad esse o da esse allontanarsi. Ma ciò che io chiamo le parole di Dio sono la Legge e l’Evangelo... Ma questa via, questa eterna salvezza è una cosa incomprensibile per l’umana intelligenza così come dice Paolo, seguendo Isaia , nella I corinzi cap. II, v. 9 : sono cose che Dio ha preparato per coloro che lo amano”.. Infatti fra gli articoli supremi della nostra fede si trova il seguente: « ... e la vita eterna ». Per quel che concerne il potere del libero arbitrio riguardo a questo articolo, ecco ciò che ne dice Paolo nella 1 Corinzi cap. Il, v. 10: « Dio ci ha rivelato queste cose per mezzo dello Spirito. Ciò’ significa che se lo Spirito non ce le avesse rivelate, nessun uomo ne avrebbe saputo alcunché, - a più forte ragione nessun uomo avrebbe mai saputo cercarle e desiderarle. Guarda cosa ci dice l’esperienza: considera ciò che gli spiriti più eminenti fra i pagani han pensato della vita futura e della resurrezione. Non ti accorgi dunque che più la loro intelligenza era grande, e più’ la resurrezione e la vita eterna son parse loro cose ridicole?
Non eran forse filosofi molto intelligenti quei Greci che, udendo Paolo predicare questa dottrina ad Atene, lo trattavano da cianciatore e da annunziatore di divinità straniere? I. Perciò Festo, udendo Paolo predicare la vita eterna, gli gridò: « Tu vaneggi, la molta dottrina ti mette fuor di senno! ». Plinio non si prende forse giuoco di questa credenza nel suo settimo libro? I. E che ne dice Luciano, uomo di pur alta intelligenza? Tutte queste persone non erano degli imbecilli! Infine - oggi ancora - noi vediamo che più si ha scienza e spirito e più ci si prende giuoco di questa dottrina che viene considerata come una favola, e ciò apertamente, Ciò accade perché - in fondo -non c’è un sol uomo - a meno che non sia stato ripieno di Spirito Santo - che conosca, creda e desideri la salvezza eterna (anche se non cessa dal parlarne e dallo scriverne). Piaccia a Dio che tu ed io possiamo essere mondi e puri di questo cattivo lievito, mio caro Erasmo; sono infatti molto rari quelli che credono in questo articolo...
Abbiamo più sopra detto che il libero arbitrio era un nome divino e designava una forza divina. Ma nessuno gli ha fin qui i attribuito questo carattere, salvo i Pelagiani che distinguono nel libero arbitrio due parti: la facoltà di discernimento e la facoltà di scelta ed attribuiscono la prima alla ragione e la seconda alla volontà. Ma Erasmo, respingendo nell’ombra la facoltà di discernimento, si limita ad esaltare la facoltà di scelta e così facendo deifica questo libero arbitrio...
trovo più accettabile l’opinione dei sofisti o per lo meno del padre loro Pietro Lombardo I. Essi dicono il libero arbitrio è la facoltà di discernere e di scegliere il bene se la grazia è presente ed il male se la grazia è assente . D’accordo con Agostino Pietro Lombardo pensa che il libero arbitrio abbandonato a se stesso , non può che fallire e condurre al peccato. E’ per questo che nel suo secondo libro contro Giuliano , Agostino lo chiama « servo » piuttosto che « libero » arbitrio. Ma tu, tu attribuisci al libero arbitrio una doppia facoltà e dici che da se stesso, senza la grazia, può volgersi al bene e al male... Ma allora tu escludi lo Spirito Santo con tutta la sua potenza, come se fosse una cosa inutile e superflua.
Tu citi, innanzi tutti, un passo del libro di Sirach XV, v. 14 e seguenti... Potrei a buon diritto respingere questo libro 11; tuttavia lo accetterò perché non voglio perdere il mio tempo a discutere sui libri ammessi nel canone degli Ebrei...
Questo passo di Sirach è da te invocato per provare che il libero arbitrio esiste e può effettivamente fare qualche cosa... Conviene che esaminiamo attentamente questo passo: esso, innanzi tutto, dice: « Dio creò l’uomo all’inizio ». Qui parla della creazione dell’uomo e nulla dice ancora del libero arbitrio e dei comandamenti. Dice in seguito: « ... e lo lasciò nelle mani del suo consiglio ». Che cosa significa? Queste parole dimostrano forse il libero arbitrio?... Bisogna comprendere queste parole nel senso del primo e del secondo capitolo della Genesi nei quali è detto che l’uomo è stabilito signore di tutte le cose onde liberamente regni su di esse... e non si può cavare altro da queste parole, se non che l’uomo può agire secondo il suo beneplacito verso tutte le creature che gli erano state sottoposte. Questo viene chiamato « il consiglio dell’uomo » perché è altra cosa del consiglio eli Dio. Ma, poi, dopo aver detto che l’uomo è stato creato e lasciato nella mano del suo consiglio, l’autore continua: « e Dio aggiunse i suoi comandamenti ed i suoi precetti »... Dunque - secondo Sirach- l’uomo è diviso tra due regni. Nel primo egli si comporta conformemente alla sua volontà, al di fuori dei comandamenti di Dio, per le cose che gli sono sottoposte. Là egli regna e governa. conformemente al suo proprio consiglio... Nell’altro regno l’uomo non è lasciato al suo volere ed al suo consiglio, ma è condotto e guidato dalla volontà e dal consiglio di Dio. Perciò nel primo regno l’uomo si conduce secondo il proprio libero arbitrio, senza essere sottomesso alla legge d’un altro; sotto il regno di Dio invece egli è guidato dalla legge di un Altro, senza intervento alcuno della sua volontà... Se Sirach avesse voluto affermare l’esistenza del libero arbitrio sul regno divino, avrebbe dovuto dire: « L’uomo può osservare i comandamenti di Dio », oppure: « l’uomo ha la facoltà di osservare questi comandamenti »... Ma a questo punto Erasmo mi obbietterà sottilmente dicendo: « se tu vuoi osservare i comandamenti divini » Sirach dimostra che l’uomo possiede la facoltà di osservare o di non osservare i comandamenti... Al che io rispondo: questi sono gli argomenti che l’umana ragione usa per manifestare la sua saggezza. E’ dunque con la ragione umana e non con Sirach che dobbiamo discutere; infatti qui la ragione interpreta la Parola di Dio conformemente alle proprie deduzioni ed ai propri sillogismi e ne fa quello che vuole. Noi la lasciamo fare volentieri poiché sappiamo che dalla sua bocca escono solo stupidaggini ed assurdità, specialmente quando essa pretende manifestare la sua saggezza nelle cose sacre.
Se in primo luogo io domandassi perché il semplice fatto di dire « se tu vuoi », « se tu fai », « se tu intendi » significhi o provi l’esistenza del libero arbitrio, la ragione umana direbbe: « Perché il senso delle parole e l’uso del linguaggio convenuto fra gli uomini esige così ». Quindi la ragione giudica le cose e le parole divine secondo l’uso ed i costumi degli uomini. Il che è assurdo, poiché le une sono celesti e le altre terrestri! La ragione stessa tradisce la sua follia applicando a Dio le forme del pensiero umano...
La Diatriba sogna che l’uomo sia un essere integro e sano, così come può esteriormente apparire nelle cose puramente umane. Perciò essa ragiona nel seguente modo: « se tu vuoi », « se tu fai », « se tu intendi » significano che l’uomo ha il libero arbitrio sennò non avrebbero senso e sarebbero una presa in giro. Ma la Scrittura ci dice che l’uomo è corrotto, asservito al peccato, e che - inoltre - disprezza Dio nel suo orgoglio ed ignora la sua corruzione ed il suo servaggio...
Citi l’esempio di Adamo. Questo terribile esempio, ben adatto per mortificare il nostro orgoglio, ha mostrato ciò che può il nostro libero arbitrio quando è abbandonato a se stesso e quando non è più del continuo diretto e fortificato dallo Spirito di Dio. Adamo non ha potuto progredire in questo Spirito, del quale possedeva le primizie, ma - al contrario - ha perduto queste primizie. Come potremmo noi dunque, noi che siamo caduti, ritrovare con le sole nostre forze le primizie dello Spirito? Tanto più che ora Satana regna in noi con tutta la sua potenza, lui che, con una sola tentazione, ha fatto precipitare ed ha abbattuto Adamo, quando ancora non regnava nel suo cuore. Non ci sarebbe argomento più forte contro il libero arbitrio di un accostamento tra il passo di Sirach e la caduta di Adamo...
La nostra Diatriba cita ancora un passo della Bibbia in Genesi IV (v. 7) 1’, nel quale il Signore dice a Caino: « Non lascerai agire il peccato, ma dominerai su di lui ». Ciò’ mostra- dice la Diatriba- che le inclinazioni dell’anima verso il male possono essere vinte e non comportano necessariamente il peccato. Per ambigua che possa essere questa frase (« Le inclinazioni dell’anima al male possono essere vinte »), non ne risulta meno, per una conseguenza necessaria, che è proprio del libero arbitrio vincere le proprie inclinazioni al male e che queste inclinazioni non comportano la necessità di peccare. Ma che rimane allora che non sia attribuito al libero arbitrio? Che bisogno c’e’ dello Spirito Santo? Che bisogno c’è del Cristo? Che bisogno c’è di Dio? Che bisogno c’è di tutto ciò se il libero arbitrio può vincere le sue inclinazioni al male?... Risponderò’ brevemente. Come ho già detto, parole di tal genere mostrano all’uomo ciò, che deve fare, non ciò che può’ fare. Il Signore-dice a Caino che deve dominare il suo peccato e reprimere le sue cattive inclinazioni: ma in realtà Caino non lo ha fatto e non lo poteva fare, perché era già sottoposto al dominio di Satana. E’ infatti ben risaputo che gli Ebrei usano frequentemente il futuro indicativo invece dell’imperativo, come in Esodo XX: « Non avrai altri dei; non ucciderai; non commetterai adulterio, ecc. ». Se noi dessimo a queste frasi il senso indicativo esse sarebbero delle promesse di Dio; e siccome Egli non può mentire, ne risulterebbe che nessun uomo pecca ed i comandamenti sarebbero stati dati invano.
Il nostro traduttore avrebbe dunque dovuto scrivere: « Tu non devi lasciar agire il peccato, ma devi dominarlo », e parimenti si dovrebbe dire alla moglie: « Devi essere sottomessa a tuo marito ed egli deve dominare su di te » (Genesi 111, 17). Se la frase indirizzata a Caino fosse stata espressa in indicativo, sarebbe stata una promessa divina; ma non era una promessa, dato che il contrario è avvenuto per la colpa di Caino. Si tratta -dunque - di un imperativo.
Citi poi il passo di Mosè 13: « Io ti ho posto davanti la vita e la morte... scegli dunque la vita, ecc. » (Deuteronomio XXX, 19). Che c’è di più chiaro”.Dice la Diatriba. Viene lasciata all’uomo la libertà di scelta. Al che io rispondo: che c’è di più del tuo accecamento, o Erasmo? Dove dunque - io domando - è lasciata libertà di scelta? Nel fatto che è detto « scegli »? Dunque è sufficiente che Mosè dica « scegli » perché essi scelgano? Una volta di più -- ‘per conseguenza - lo Spirito non è necessario... Ascoltiamo il tuo paragone.
Sarebbe ridicolo - dici tu - dire a qualcuno che fosse all’incrocio di due strade: « Tu vedi due strade, prendi quella che vuoi », quando una delle strade fosse accessibile. Ma questi sono proprio quegli argomenti che io ho più’ su chiamato elementi della umana ragione: essa crede che sia prendersi gioco dell’uomo presentargli un comandamento impossibile ad osservarsi; ma noi diciamo che il comandamento ha per scopo di strappare l’uomo dal suo torpore , onde prenda atto della sua impotenza. Siamo effettivamente all’incrocio di due strade, ma una sola strada è accessibile: o, per meglio dire , nessuna delle due strade è accessibile. Noi vediamo che quella delle due vie che conduce al bene è inaccessibile se Dio non ci accorda il suo Spirito...
Citi il passo di Isaia 1, 19... e di Isaia XXI, 12 1’. A che serve esortare persone che non posseggono alcun potere? R come se si dicesse a qualcuno che è incatenato: « Spostati! ». Così parla la Diatriba. Ma a che serve citare testi biblici che di per loro stessi non provano nulla e che, una volta che si è aggiunta loro una deduzione (vale a dire una volta che si è deformato il loro senso), attribuiscono tutto al libero arbitrio, mentre si trattava solo di dimostrare l’esistenza di una possibilità di sforzo verso il bene che non dovrebbe neppur quello essere attribuito al libero arbitrio. Diremo la stessa cosa del passo di Isaia XLV, v. 22 e di Isaia LII, v. 1 e seguenti e così pure di Geremia XV, v. 19 e di Zaccaria I, v. 3... In tutti questi passi la nostra Diatriba non distingue tra le parole della legge e quelle dell’Evangelo, tanto è accecata, ed ignora ciò che è la legge e ciò che è l’Evangelo. Di tutto il libro di Isaia... la Diatriba non cita neppure una delle parole dell’Evangelo in esso contenute, parole mediante le quali viene offerta agli afflitti ed a quelli che hanno il cuore rotto, la grazia apportatrice di consolazione. Anzi, la Diatriba fa, delle parole di Isaia, parole di legge. Ed allora io domando: Che può fare, in materia di teologia e di esegesi un uomo come Erasmo che non è ancora arrivato a sapere ciò che è la legge e ciò che è l’Evangelo, o che, se lo sa, trascura di tenerne conto? Non può che fare una solenne confusione: mescola il cielo, l’inferno, la vita, la morte e rischierà così di non saper nulla del Cristo...
Vediamo ora come la Diatriba tratta quel mirabile passo biblico che è Ezechiele XVIII, v. 23 15. Innanzi tutto - dice la Diatriba - noi troviamo frequentemente ripetute in questo capitolo espressioni come queste: « Se l’empio si ritrae, se l’empio fa... » ecc. Dove son dunque coloro che negano che l’uomo possa fare qualche cosa? Ammirate dunque questa formidabile conseguenza: la Diatriba aveva intenzione di dimostrare un certo zelo ed un certo sforzo ricollegabili al libero arbitrio, ed ora essa dimostra che grazie al libero arbitrio tutto è compiuto. La Diatriba fa dire ad Ezechiele: « se l’empio si ritrae dal male e compie la giustizia vivrà; dunque l’empio senz’altro farà tutto ciò e può farlo perché ne ha il potere ». Ma Ezechiele indica ciò che deve essere fatto; la Diatriba invece intende il passo di Ezechiele come se la cosa fosse effettivamente già fatta; di nuovo essa ci insegna una nuova grammatica secondo la quale « dovere » ed « avere », « esigere » e « compiere ».« domandare » e « dare » sono sinonimi. Inoltre essa volge a modo suo questa parola evangelica piena di dolcezza: « Non desidero la morte del peccatore » e pone la domanda: « Il Signore potrebbe deplorare la morte del suo popolo se questa morte venisse da Lui? ». Se Egli non vuole la nostra morte, è sulla nostra volontà che occorre fa ricadere intera la colpa e la responsabilità del fatto che siamo destinati a perire... Riconosciamo qui la solfa di Pelagio che attribuisce al libero arbitrio non solo lo zelo e lo sforzo, ma il potere effettivo ed intero di adempiere ai comandamenti. Infatti, come spesso abbiamo già detto, le conclusioni della Diatriba, se provano qualche cosa, provano l’esistenza di questo potere.
Ma queste conclusioni sono, così, in contraddizione con la Diatriba stessa che nega questo potere e non accorda al libero arbitrio che uno sforzo verso il bene; e queste conclusioni sono anche in contraddizione con noi che neghiamo totalmente il libero arbitrio. Ma lasciamo da parte la Diatriba e la sua ignoranza ed esponiamo la nostra tesi. P- una parola evangelica ed una assai dolce consolazione per i miserabili peccatori ciò che riferisce Ezechiele XXXII I (v. 11): « Non desidero la morte del peccatore ma che si converta e viva ».
Questa frase non è altro che l’annunzio al mondo della misericordia di Dio, misericordia accolta con gioia ed azioni di grazia da quelli che sono tormentati ed afflitti e presso i quali la legge ha già compiuto la sua opera portandoli a riconoscere il loro peccato. Ma quelli presso i quali la legge non ha ancora compiuto la sua opera, quelli che non riconoscono il loro peccato e non temono la morte, quelli disprezzano la misericordia promessa con questa parola.
Ma perché certi uomini sono raggiunti dalla legge nella loro coscienza ed altri non lo sono, di modo che i primi accolgono la grazia offerta mentre gli altri la disprezzano?
Questa è una questione che non è stata trattata in questo passo da Ezechiele. Egli parla della misericordia di Dio predicata e offerta, ma non parla della volontà nascosta e tremenda di Dio che ordina ogni cosa secondo il suo consiglio e che decide quali uomini e quanti saranno resi partecipi di questa misericordia predicata ed offerta. Questa volontà non bisogna indagarla ma adorarla con t,
,more e tremore come il mistero più venerabile della maestà divina, mistero riservato a Dio solo ed interdetto agli uomini ed assai più recondito di tutte le caverne coriciane...
Il ragionamento della Diatriba Il è il seguente: tutte queste esortazioni che noi troviamo nelle Scritture, tutte queste promesse, queste minacce, queste esigenze, questi rimproveri, queste benedizioni e queste maledizioni, così come questi innumerevoli comandamenti sarebbero necessariamente inutili se non fosse in potere di ciascuno di noi di fare ciò che ci è prescritto. Continuamente la Diatriba dimentica ciò che è in questione e tratta d’un argomento diverso da quello propostosi e non si avvede che tutti questi passi citati confutano assai più fortemente la sua tesi che la nostra. Infatti, con l’aiuto di quei passi, la Diatriba prova la libertà’ dell’uomo e la facoltà di osservare i suoi comandamenti mentre il suo proponimento era di provare che il libero arbitrio non può volere il bene senza l’aiuto della e che può pertanto solo sforzarsi verso il bene ma senza che questo sforzo possa essere attribuito alle sue proprie forze. L’ho già detto molte volte e non sarei obbligato a ripetermi se la Diatriba stessa non ripetesse il medesimo errore sommergendo il lettore sotto un mare di parole inutili.
Per terminare, tu citi un passo del Deuteronomio, al cap. XXX, v. 11 e seguenti. Questo passo mostra chiaramente, secondo la Diatriba. non solo che dipende da noi osservare la legge, ma anche che ciò è facile. Ringraziamo la Diatriba per il suo prezioso insegnamento! Se Mosè dice chiaramente che noi abbiamo la facoltà ed chiara anche la facilità di osservare la legge, perché dunque sudar sangue a discutere questa questione? Perché non aver citato subito questo passo e non aver proclamato il libero arbitrio su tutte le pubbliche piazze? A che pro’ il Cristo? A che pro’lo Spirito Santo? Abbiamo finalmente trovato il passo che chiude la bocca a tutto il mondo e che, non contento di affermar chiaramente il libero arbitrio, ci insegna ancora che è facile osservare i comandamenti. Quanto fu stolto Cristo ad aver versato il suo sangue per procurarci questo Spirito, dato che esso non ci è necessario visto che anche senza di lui siamo capaci di osservare i comandamenti!
La Diatriba stessa contraddice le sue parole, essa che ha sempre detto che il libero arbitrio non poteva volere il bene senza la grazia. Ed ora, secondo lei, la potenza del libero arbitrio è tale che non solo vuole il bene ma anche può osservare con facilità tutti i comandamenti... Abbiamo parlato di questo passo del Deuteronomio. Ora vogliamo brevemente spiegarlo. Anche se facciamo astrazione dal commento potente che Paolo ne dà in Romani X (v. 6 e seguenti), vedrai che qui non è assolutamente questione di facilità o di difficoltà, di potenza o di impotenza, di libero arbitrio dell’uomo per la osservanza o meno dei comandamenti, salvo che per quelli che, deformando la Scrittura per mezzo delle loro deduzioni e dei loro commentari; la rendono talmente oscura ed ambigua da poterne fare ciò che si vuole. Ma se tu o Erasmo non puoi vedere, ascolta almeno e tocca con mano! Mosè dice: « questo comandamento non è troppo alto da te... non è nel cielo... né di là del mare ». Cosa significa «-troppo alto », « troppo lontano », « nel cielo », « di là dal mare?”. Secondo la nostra grammatica queste parole designano non già la qualità o la quantità della forza umana, ma la distanza tra i luoghi... Cosa vuol dunque dire Mosè con queste parole così chiare e luminose, se non che ha compiuto in modo perfetto il suo lavoro di legislatore? Non è colpa sua se gli uomini sono disubbidienti: egli infatti ha insegnato loro tutto ciò che essi dovevano sapere ed ha loro presentato i comandamenti di modo che’ essi non hanno scuse e non possono pretendere di ignorarli.
Se dunque non li osservano, non è per colpa della legge o del legislatore, ma è per colpa loro: infatti la legge è lì, il legislatore ha loro insegnato, essi non hanno la scusa dell’ignoranza e sono colpevoli di negligenza e di disobbedienza. Non è necessario andar a cercare lontano le leggi - dice quel passo biblico - nel cielo o al di là del mare, e tu non puoi pretendere di dire che non le conosci. Esse sono vicine a te, infatti Dio te le ha date per mezzo della mia bocca, tu le hai ricevute nel tuo cuore, preti e leviti le predicano continuamente conformemente alla testimonianza della mia Parola e di questo libro. Non c’è più che una cosa sola da fare: che tu le metta in pratica. - Ti domando perciò con insistenza: in che tutto ciò riguarda il libero arbitrio? Che si esiga da noi di mettere la legge in pratica e che ogni scusa, fondata sull’ignoranza o sull’assenza della legge, ci sia tolta?... Una volta confutato questo, tutti quelli che la Diatriba potrebbe ancora citare si trovano parimenti e di colpo confutati: infatti sono tutti imperativi che non indicano ciò che noi possiamo fare o tacciamo ma ciò che dobbiamo fare e ché-facciamo , ma cio’ che dobbiamo fare e che si richiede da noi , onde noi possiamo conoscere la nostra impotenza e possiamo prendere coscienza del nostro peccato...
Veniamo ora al Nuovo Testamento... C’è dapprima quel passo di Matteo XXIII (v. 37). La Diatriba dice : se tutto avviene in virtù d’una pura necessità, Gerusalemme non potrebbe a buon diritto rispondere al Signore: « Perché versi tu lacrime vane? Se tu non volevi che noi ascoltassimo i profeti, perché li hai tu inviati? Perché ci reputi tu colpevoli di un peccato che, noi abbiamo dovuto necessariamente compiere a causa della Tua volontà? ». Ecco ciò che dice la Diatriba.
Al che io rispondo: ammettiamo per un istante che questa conclusione sia giusta: ... essa proverebbe solo l’esistenza d’una Volontà libera, capace di fare tutto ciò che i profeti hanno predicato. Ma non è questo che la Diatriba s’è proposta di dimostrare. La Diatriba ribatte il concetto secondo il quale, se il libero arbitrio non può volere il bene, sarebbe un non senso imputare agli uomini la colpa di non aver ascoltato i profeti dato che non lo potevano fare con le loro proprie forze... Ma noi ripetiamo ciò che abbiamo già detto: non si deve incominciare a discutere riguardo alla segreta volontà della maestà divina e bisogna allontanarsi da quella ragione umana temeraria e perversa che vorrebbe discuterne. La ragione umana non deve occuparsi di sondare questi misteri della maestà divina che, stando a quel che ne dice Paolo, abita una luce inaccessibile. Si occupi essa - invece - del Dio incarnato o, per parlare come Paolo del Cristo crocifisso nel quale sono nascosti tutti i tesori della scienza e della saggezza. Infatti e’ per mezzo suo che noi abbiamo in abbondanza tutto ciò che dobbiamo sapere o non sapere. E’ questo Dio incarnato che dice:”Io ho voluto e tu non hai voluto ».
L’altro passo è quella parola di Matteo XIX (v. 17): « Se tu vuoi entrare nella vita eterna, osserva i comandamenti ». Con che faccia si potrebbe dire « se tu vuoi » se la volontà non fosse libera? Così parla la Diatriba 22. E così parla anche di altri passi, quali Matteo XIX, 21; Luca IX, 23; Matteo XVI, 25; Giovanni XIV, 15 e XV, 7. Riuniamo tutte queste particelle « se » e tutte queste locuzioni imperative onde fornire almeno alla Diatriba un certo numero di parole che essa possa utilizzare. Tutti questi comandamenti - dice essa - sono vani se non attribuiamo alcun potere alla volontà umana: infatti la parolina « se » mal si accorda con la pura necessità.
A ciò rispondo: se questi comandamenti sono vani è colpa tua, di te o Erasmo, che affermavi non potersi attribuire nulla alla volontà umana poiché il libero arbitrio non può volere il bene, mentre poi - al contrario - tu s i a che il libero arbitrio può volere tutto il bene. Così il libero arbitrio - secondo te - può nello stesso tempo tutto e nulla: ecco ciò che si dice soffiare contemporaneamente sul freddo e sul caldo... Se la legge ci parlasse di cose che sono impossibili a farsi perché Dio stesso non ce ne dà mai il potere, allora saremmo in diritto di dire che i comandamenti sono stati dati invano. Ma questi comandamenti non ci rivelano soltanto l’impotenza del libero arbitrio: ci mostrano anche la possibilità di osservarli ed adempierli mercé un aiuto esterno, cioè mediante la grazia di Dio. Se accordiamo loro questo significato, possiamo interpretarli così: « Se tu vuoi osservare i comandamenti, vale a dire se tu hai la volontà di osservarli (ma questa volontà non viene da te, ma viene da Dio che la concede a chi Egli vuole), i comandamenti ti preserveranno ». Andiamo ancora più lontano: queste parole - ed in particolare le parole condizionali - sembrano implicare la predestinazione eterna di Dio ed affermano che questa predestinazione è ignorata da noi. « e tu vuoi », « se tu volessi » significano allora: « se tu sei uno di quelli ai quali Dio giudica bene accordare la volontà di osservare i comandamenti », allora questi comandamenti ti salveranno. Questa maniera di esprimersi vorrebbe dire da un lato che noi nulla possiamo e d’altro lato che se facciamo qualche cosa è Dio che opera in noi. Ecco ciò che io direi a quelli che non si accontentano di vedere in queste parole l’affermazione della nostra impotenza, ma pretendono di trovarci la prova di un certo potere di osservare i comandamenti. E così è ben vero che noi non possiamo osservare alcun comandamento, ma è parimenti vero che possiamo osservare tutta la legge, non per le nostre forze ma per la grazia di Dio.
La Diatriba, poi, si preoccupa di questo: spesso nelle Scritture è questione di buone e di cattive azioni, di punizioni e di ricompense ed essa Diatriba non puo’ comprendere come tutto cio’ si accordi con la pura necessita’.....A misura che il libro ingrandisce e che la discussione si svolge, il libero arbitrio continua a crescere. All’inizio possedeva solo un cero zelo per il bene ( ed ancora non per forze proprie) poi e’ divenuto capace di volere il bene e di farlo; ed ora può anche meritare la vita eterna, secondo Matteo V 9 versetto 12): « Rallegratevi e giubilate perché il vostro premio è grande nei cieli ». Il « vostro premio: vale a dire quello del libero arbitrio. E’ cosi’ che la Diatriba comprende questa parola, di modo che Cristo e lo -Spirito di Dio non contano niente. Che bisogno, infatti, ci sarebbe del Cristo e dello Spirito Santo se grazie al libero arbìtrio noi possiamo compiere buone azioni ed acquistare meriti ?
Qui ci sono due punti da considerare: innanzi tutto i comandamenti del Nuovo Testamento ed in seguito il merito. Questi due punti li tratterò ora brevemente, dato che più diffusamente ne ho già parlato altrove . Il Nuovo Testamento contiene essenzialmente promesse ed esortazioni, mentre l’Antico Testamento contiene innanzi tutto leggi e minacce. Infatti nel Nuovo Testamento è l’Evangelo che vien predicato, vale a dire la parola che ci porta lo Spirito Santo e la grazia per la remissione dei nostri peccati, ottenuta per mezzo di Gesù Cristo crocifisso: e tutto ciò gratuitamente per la sola misericordia di Dio il Padre, che ci concede il suo soccorso a dispetto della nostra indegnità, lo concede a noi che meritiamo la dannazione assai più che la grazia.
Vengono poi le esortazioni, destinate a stimolar quelli che son già giustificati e che hanno ottenuto misericordia, onde siano sollecitati a portare i frutti della giustizia che è stata data loro per mezzo dello Spirito Santo, onde pratichino la carità mediante le buone opere, onde sopportino senza vacillare la croce e tutte le tribolazioni del mondo. Tale è il sommario del Nuovo Testamento. A qual punto la Diatriba capisca poco queste cose ne abbiamo la prova nel fatto che essa non fa alcuna differenza tra l’Antico ed il Nuovo Testamento: essa non vede infatti nell’uno e nell’altro che leggi e comandamenti destinati ad inculcare agli uomini buoni costumi. Quanto alla nuova nascita, al rinnovamento dell’uomo ed alla sua rigenerazione, a tutto ciò che è opera dello Spirito, la Diatriba l’ignora. t per me oggetto di stupore senza limiti il fatto che un uomo che ha così a lungo studiato la santa Scrittura e con tanto zelo, non la conosca - per così dire - affatto.
Dunque, questo versetto: « rallegratevi e giubilate poiché la vostra ricompensa è grande nei cieli » si accorda con il libero arbitrio come la luce con le tenebre! Mediante questa parola, Cristo esorta non già il libero arbitrio, ma gli apostoli, i quali non solo erano giustificati e situati dalla grazia al di sopra di ogni libero arbitrio, ma avevano ricevuto il ministero della Parola, che è il più alto segno della grazia; e con queste parole Cristo li esorta a sopportare le tribolazioni del mondo... Per dire le cose in ‘~breve: quando si tratta del merito e della ricompensa, si :considera sia la dignità dell’opera compiuta, sia la conseguenza che essa produce. Se tu consideri la dignità, non c’è né merito né ricompensa. Infatti, se il libero arbitrio non può volere il bene per se stesso, ma solo per effetto della grazia (noi parliamo infatti di libero arbitrio senza grazia), chi è che non vede che è alla grazia solo che spettano la buona volontà, il merito e la ricompensa?...
I figliuoli di Dio, al contrario, non fanno il bene per ottenere una ricompensa, ma per la gloria di Dio e per obbedienza alla sua volontà e sarebbero ancora pronti farlo anche se - caso impossibile - non ci fosse né Regno di Dio, né inferno. Il che è confermato sufficientemente dalle parole del Cristo (Matteo XXV, 34): « Venite, voi che siete benedetti dal Padre; prendete possesso del regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo »...
Noi diciamo ancora: è piaciuto a Dio di accordare all’uomo il Santo Spirito per mezzo della Parola onde noi si diventi « collaboratori di Dio » . Dobbiamo annunziare esteriormente ciò che Dio stesso ci suggerisce interiormente, quando e come Egli vuole. Egli potrebbe benissimo anche farlo senza il mezzo della Parola, ma non lo vuole. Chi siamo noi per voler indagare la ragione riposta della volontà divina? Ci sia sufficiente sapere che Dio vuole così, e riveriamo questa volontà, amiamola ed adoriamola, riducendo al silenzio la nostra temeraria ragione... Una cosa è dunque ben stabilita: la ricompensa non dimostra il merito, almeno secondo la Scrittura. In secondo luogo: il merito non dimostra il libero arbitrio, soprattutto un libero arbitrio come la Diatriba ha assunto il compito di dimostrarci e che per se stesso non può volere il bene...
Ecco per esempio un bel sofisma . Tu citi queste parole: « Voi li riconoscerete dai loro frutti (Matteo VII, 20) ». Ciò che Gesù chiama « frutti » sono le opere: e le chiama le « nostre » opere. Ma - dici tu - come potrebbero delle opere essere chiamate « nostre » se tutto accadesse per pura necessità? -Ma, ti scongiuro: non possiamo forse noi a buon diritto chiamare « nostre » quelle opere che non abbiamo fatto noi stessi, ma che abbiamo ricevuto da qualcun altro?...
La Diatriba poi - allo stesso modo - si prende giuoco della Parola del Cristo sulla croce (Luca XXIII, 34)
« Padre, perdona loro perche’ sanno quello che si fanno ». Mi aspettavo qui una frase che dimostrasse l’esistenza del libero arbitrio; ma di nuovo la Diatriba mi presenta le sue deduzioni. Essa dice: il Signore avrebbe potuto scusarli molto più giustamente se non avessero avuto il libero arbitrio e se non avessero potuto agire altrimenti. Ma questa deduzione non prova quel libero arbitrio che non può volere il bene e del quale si tratta qui; essa prova quel libero arbitrio che può tutto e che tutto il mondo è d’accordo nel negare, salvo i Pelagiani. Quando Cristo dichiara pubblicamente che non sanno quello che fanno, non afferma forse nello stesso tempo che non possono volere il bene?... Tu citi ancora Giovanni I (v. 12) 21: « La Parola ha dato loro il potere di diventare figliuoli di Dio ». Ed ecco come tu comprendi quella frase: « Come potrebbe la Parola dare il potere di diventare figliuoli di Dio se la nostra volontà non fosse libera?_». Ma ecco proprio un testo biblico che come un pesante martello , schiaccia il libero arbitrio (come d’altronde quasi tutto l’Evangelo di Giovanni)! E tuttavia tu lo citi in appoggio al libero arbitrio! Esaminiamo dunque questo testo. Giovanni non parla affatto di alcuna opera umana, grande o piccola che sia, ma parla della trasformazione del vecchio uomo, che è un figlio del diavolo, in un uomo nuovo, che è un ,,figlio di Dio. L’uomo non svolge qui un ruolo passivo; egli non fa nulla, è lo Spirito che fa tutto. Giovanni parla di diventar figli di Dio grazie al potere che ci è dato da Dio e non grazie alla forza innata del libero arbitrio che sarebbe in noi. Ma la Diatriba deduce da questo passo che il libero arbitrio possiede il potere di fare di noi dei figliuoli di Dio: se così fosse questa parola di Giovanni sarebbe, secondo la Diatriba, vana e ridicola...
Ma ecco quel che Giovanni vuol dire: con la venuta del Cristo nel mondo e la predicazione del suo Vangelo che ci offre la grazia, non è più richiesta alcuna opera umana , ma gli uomini ricevono questo dono magnifico: il potere di diventare figliuoli di Dio, se vogliono credere... La Diatriba arriva infine a Paolo, il nemico più irriducibile del libero arbitrio. Anche lui è costretto da Erasmo a testimoniare in favore del libero arbitrio . Citi Romani 11, 4 ed esclami: come potrebbe Dio imputare all’uomo il disprezzo della legge se la sua volontà non fosse libera? Come Dio potrebbe invitare a pentirsi se fosse Lui stesso _Fautore dell’impenitenza? Come la condanna potrebbe essere giusta quando è il giudice stesso che costringe a fare il male? A ciò rispondo: la Diatriba si occupa di questioni che non ci riguardano . Aveva essa stessa dichiarato, conformemente alla sua probabile opinione, che il libero arbitrio non può volere il bene e che è necessariamente schiavo del peccato . Come dunque si può imputargli il disprezzo della legge, se non può volere il bene, se non è libero ma asservito al peccato? ... Tutti questi argomenti le ricadono sulla testa: oppure, se son prova di qualche cosa, provano che il libero arbitrio può tutto, tesi peraltro respinta da tutti i teologi e dalla stessa Diatriba...
Queste deduzioni della ragione, tratte dalle citazioni della Scrittura, fan crollare la stessa Diatriba quando afferma che è vano e ridicolo esigere così vivamente dall’uomo ciò che non può fare. Tuttavia lo scopo perseguito dall’apostolo è di condurre con le minacce gli empi e gli orgogliosi a prendere coscienza di loro stessi e della loro impotenza, ad umiliarsi ed a riconoscere il loro peccato, in modo da essere pronti a ricevere la grazia.
Che bisogno c’è di recensire una ad una tutte queste citazioni di Paolo? Ed infatti la Diatriba si limita a collezionare tutte le parole imperative o condizionali e cosi pure quelle nelle quali Paolo esorta i cristiani a produrre i frutti della fede. Essa vi aggiunge le sue deduzioni e concede finalmente al libero -arbitrio un tal potere che esso può fare senza la grazia tutto ciò che Paolo prescrive. Ma i cristiani non sono diretti dal libero arbitrio: sono condotti dallo Spirito di Dio, così come dice Paolo in Romani VIII (v. 14); ora « essere costretti a » non vuol dire « condurre » o « agire », ma « essere agiti »... Poi onde nessuno dubiti che è Lutero ad aver detto simile assurdità - la Diatriba cita le sue stesse parole, delle quali io rivendico interamente la responsabilità”. Riconosco infatti che la tesi di Wycliff (« tutto avviene per necessità ») è stata a torto condannata dal Concilio di Costanza, o per meglio dire - dalla congiura e dalla sedizione di Costanza. E la stessa Diatriba la difende con me quando afferma che il libero arbitrio non può volere il bene con le sue proprie forze e che è necessariamente schiavo del male, benché poi - nel corso della sua dimostrazione -finisca col dire il contrario.Ma ora basta per quel che riguarda la prima parte della Diatriba nella quale essa s’è sforzata di fondare il libero arbitrio.
SECONDA PARTE
La, Diatriba pretende che ci sia solo un numero insignificante di passi biblici contro il libero arbitrio ed, anzi, non si sofferma che su due, per di più’ per sbriciolarli senza gran fatica. Il primo si trova in Esodo IX (versetto 12): « L’Eterno induro’ il cuore di Faraone », ed il secondo si trova in Malachia I ( versetti 2 e seguenti ): « Ho _amato Giacobbe e ho odiato Esaù». Commentando questi passi nella sua epistola ai Romani Paolo non ha fatto - a giudizio di Erasmo - che un lavoro inutile e gravido di seccature... Oui la Diatriba ha inventato una nuova arte di eludere i passi più evidenti: pretende trovare nelle parole più chiare e più semplici un senso figurato... Noi siamo dell’avviso che per nessun passo scritturale si debbano ammettere deduzioni o figure di stile o sensi figurati.... ma che ci si debba attendere al significato più naturale delle parole, quale risulta dalla grammatica e dall’uso del linguaggio istituito da Dio fra gli uomini...
Bisogna dunque evitare come la peste ogni interpretazione figurata alla quale non siamo obbligati dalla Scrittura stessa . Considerate piuttosto quel ch’è capitato ad Origene, il quale più degli altri ha praticato questa forma tropologica di interpretazione della Scrittura. Così facendo ha fornito argomenti al calunniatore Porfirio a tal punto che lo stesso Girolamo pensa che sia tempo perso difendere Origene. E che cosa è successo agli Ariani. quando, con la loro interpretazione figurata hanno fatto del Cristo un sedicente Dio? E che cosa avviene oggi con questi nuovi profeti che interpretano in modo figurato la parola di Cristo: « questo è il mio corpo », l’uno prendendo come figurata la parola « questo » e l’altro la parola « è » ed un terzo la parola « corpo »? Ho osservato che tutte le eresie e tutti gli errori nell’interpretazione delle Scritture non provengono dalla semplicità’ Dei termini( cosi’ come spesso si sente ripetere ), ma dal fatto che si trascura questa semplicità e si aggiungono interpretazioni figurate partorite dal cervello dei commentatori.
Dunque - o Erasmo - tu interpreti questo versetto dell’Esodo: « indurirò il cuore di Faraone » nel modo seguente: « la indulgenza con la quale lo supporto il peccatore conduce certi uomini al pentimento , ma indurisce il cuore di Faraone nella sua cattiveria ». Sta bene. Però la tua affermazione non è sufficiente : abbiamo diritto di reclamare una prova. Parimenti per quel versetto di Paolo in Romani IX, 18: « Egli fa misericordia a chi vuole ed indurisce chi vuole ». Tu l’interpreti così: « Dio indurisce non punendo subito il peccatore; fa misericordia invitandolo al pentimento mediante prove ». Ma come dimostri che questa tua interpretazione è vera?... Per di più eravamo d’accordo di tenere in autorità solo la Scrittura e non anche tale o tal altro dottore. Perché dunque la tua Diatriba, dimentica di questo accordo, tira in ballo Origene e Girolamo, i quali - fra tutti gli scrittori di cose ecclesiastiche - sono quelli che hanno commentato la Scrittura nel modo più malaccorto ed assurdo? Basterà citare un esempio. Girolamo interpreta in tutta libertà i testi sacri a suo modo usando una grammatica nuova ed inaudita che sovverte ogni nozione acquisita. Quando Dio dice: « indurirò il cuore di Faraone », egli cambia il soggetto della proposizione e così traduce: « Faraone indurò il suo cuore a causa della mia indulgenza »...
Lo stesso testo di Mosè dimostra in modo irrefutabile che le tue espressioni figurate sono una pura invenzione e non han credito in questo luogo, e che quella parola: « indurirò il cuore di Faraone » ha un significato completamente diverso ed assai più elevato di quello che tu gli dai...
Se dunque non esiste che un solo libero arbitrio, identico presso tutti gli uomini e presso tutti parimente impotente, non c’è alcuna ragione perché uno pervenga alla grazia e l’altro no---, tanto più se non si insegna altra cosa che l’indulgenza di Dio che sopporta il peccatore e la punizione di Dio che fa misericordia. Infatti, in questo caso, Dio non eleggerà nessuno e non ci sarà luogo ad elezione divina: non resterà che il libero arbitrio che accetta o respinge la bontà e la collera di Dio. Ma se noi spogliamo Dio del suo potere di elezione, che cosa diventerà’ Egli se non un idolo della specie della dea Fortuna, simbolo del cieco Destino? Ed infine si potrà dire che gli uomini sono salvati o dannati senza che Dio lo sappia, dato che non avrà scelto con certa elezione quelli che devono essere salvati e quelli che devono essere dannati, ma avrà semplicemente offerto agli uomini la sua indulgenza mediante la quale li sopporta e li indurisce, e la sua misericordia, mediante la quale li imprigiona e li punisce, lasciando loro la cura di scegliere tra salvezza e perdizione - mentre Egli stesso sarà forse partito per andare a banchettare al paese degli Etiopi, per dirla con Omero .
Dio diverrebbe così un dio simile a quello dipintoci da Aristotele : un Dio che dorme e che lascia le persone usare ed abusare a loro piacimento della sua bontà e del suo giudizio. E la ragione umana non può giudicar diversamente da come giudica la Diatriba : infatti come essa dorme e disprezza le cose divine parimenti pensa che anche Dio debba dormire e russare e che , trascurando il suo potere di scegliere quelli che ha scelto e trascurando di accordare loro lo Spirito ha abbandonato agli uomini il compito penoso di accettare la sua bontà e la sua collera.
Ecco a che cosa giungiamo quando vogliamo misurare e scusare Dio con la umana ragione e quando, invece di rivivere la maestà divina nascosta, cerchiamo di penetrarne il mistero...
Cerchiamo tuttavia di capire per quale ragione la Diatriba vede in questo passo dell’Esodo un’espressione figurata.
Sembra assurdo- essa dice- che Dio, il quale non e’ solamente giusto, ma anche buono, abbia indurito il cuore di un uomo onde manifestare la sua potenza mediante la cattiveria di quest’ultimo. Percio’ la Diatriba ricorre ad Origene il quale riconosce che l’occasione dell’indurimento è stato dato da Dio, ma ne fa ricadere la colpa sul Faraone. Origene nota - inoltre - che Dio ha detto: « Ti ho suscitato onde mostrare la mia potenza» (Esodo IX, 16), ma non ha detto: « Ti ho creato ». Infatti, infatti in questo secondo caso, Faraone non sarebbe stato empio poiché Dio, considerando le sue opere, aveva detto in Genesi 1, 31: « tutto ciò che ho creato è bene ». Così parla la Diatriba...
Risponderò ìnnanzitutto dicendo che la prima parola è stata pronunciata prima della caduta, quando ciò che Dio aveva fatto era senz’altro buono. Ma vediamo poi, bentosto. come l’uomo sia diventato malvagio, come sia stato abbandonato da Dio e lasciato a se stesso. Da quest’uomo divenuto corrotto sono nati tutti gli empi compreso il Faraone, cosi’ come dice Paolo(Efesini II,3) “ noi pure eravamo per natura figliuoli della collera, come gli altri »... Tu vorresti applicare alle opere di Dio dopo la caduta queste parole:”esse erano molto buone”. Ti farò osservare che queste parole sono pronunziate non per noi ma per Dio. Non è infatti detto: « l’uomo vide ciò che Dio aveva fatto e ciò che vide era molto buono ». Parecchie delle cose che sono molto buone agli occhi di Dio sono molto cattive ai nostri occhi. Le afflizioni, i mali, gli errori, l’inferno e anche le migliori opere di Dio sono cattive e condannabili agli occhi del mondo. Che c’è di meglio che Cristo ed il suo Evangelo? Ma che c’è di peggiore per il mondo? Dio solo sa in che cosa ciò che ci pare cattivo è invece fatto per il nostro bene ed anche quelli che vedono con gli occhi di Dio, vale a dire quelli che possiedono lo Spirito, lo sanno...
E’ così che Dio indurisce il cuore di Faraone, presentando alla sua volontà malvagia la sua parola e le sue opere, parola ed opere che quest’ultimo detesta a causa del suo peccato innato e della sua naturale corruzione. Ma mentre la sua immaginazione si esalta al pensiero di questa potenza e mentre considera con disprezzo Mosè e la parola di Dio, di più in più s’incaponisce nel suo orgoglio e nel suo disprezzo; e più Mosè lo minaccia, più egli si irrita ed indurisce il suo cuore ..
Vedi dunque che questa parola della Bibbia e’ una conferma che il libero arbitrio non può volere che il male, poiché Dio, che tutto sa e che non mente mai, predice con certezza l’indurimento di cuore del Faraone: Egli sa, infatti, che una volontà malvagia non può’ volere che il male e che quando le si presenta il bene che le e’ contrario non può che diventare ancora più malvagia. Ma c’e’ ancora una obiezione; , si potrà chiedere :perche’ Dio non sospende l’azione sua onnipotente, azione che mette in moto la volontà degli empi in modo che questa volontà resti cattiva ed anzi lo divenga sempre di più?
Risponderò: sarebbe come chiedere che Dio, per un riguardo verso gli empi, cessi di essere Dio; infatti chiedere che la sua potenza e la sua azione cassino e’ come volere che Dio cessi di essere buono onde gli empi non peggiorino. Ma perché Dio non trasforma le volontà cattive che mette in moto? E’ questo uno dei segreti della maestà divina i cui giudizi restano incomprensibili alla nostra ragione. Non è affar nostro indagar questi misteri e dobbiamo accontentarci di adorarli...
Vediamo ora il passo dell’epistola ai Romaní (cap. IX, 17) dove Paolo commenta questo testo dell’Esodo. A quali miserevoli arguzie la Diatriba è costretta per non perdere la causa in difesa del libero arbitrio! 7. Certe volte essa dice che si tratta di una necessitas consequentiae e non di una necessitas consequentis; ed altre volte che è una volontà ordinata o significata da Dio, voluntas signi, alla quale si può resistere, e che è una volontà secondo il suo volere, voluntas placiti, alla quale non si può resistere. A volte essa dice che i passi citati di Paolo non si contraddicono e che non parlano della salvezza dell’uomo. A volte la prescienza di Dio presuppone la necessità ed a volte non la presuppone. A volte la grazia previene la volontà, l’accompagna nel suo progredire e le assicura la salvezza finale. A volte è la causa prima che fa tutto ed altre volte essa agisce per mezzo delle cause seconde che intervengono mentre, essa riposa...
Noi sappiamo che un’eclisse di sole si produce non perché noi l’abbiamo previsto, ma l’abbiamo previsto perché deve prodursi. Ma che ci importa di questa prescienza? E’ della prescienza di Dio che noi parliamo: se tu non gli riconosci la realizzazione necessaria delle cose da Lui previste, tu abolisci la fede ed il timor di Dio, tu riduci a nulla tutte le promesse e le minacce divine, anzi, tu neghi la stessa divinità. Ma ecco che come un’anguilla tu nuovamente ci sfuggi e dici: invero Paolo non tratta questo problema e biasima chi se ne occupa: « o uomo, chi sei tu per contendere con Dio? » (Romani IX, 20). Quale mirabile scappatoia!...
Innanzi tutto Dio è onnipotente non solo per il suo potere ma anche per la sua azione, altrimenti sarebbe un Dio ridicolo. In secondo luogo sa tutto e prevede tutto, perciò’ non può errare ne fallire. Se il nostro cuore e la nostra intelligenza approvano pienamente questi due punti, siamo obbligati d ammettere , per una conseguenza ineluttabile, che non siamo stati creati , per nostra volontà’, ma per necessita’ ; e perciò non facciamo ciò che ci piace in virtù’ del nostro libero arbitrio, ma ciò’ che Dio ha previsto da ogni eternità’ e che fa accadere secondo il suo proponimento ed il suo potere infallibili ed 8immutabili... Ritorno a Paolo. Se in Romani IX non trattasse di ciò che qui ci occupa e non definisse la ineluttabilità che ne viene per noi dalla prescienza e dalla volontà di Dio, perché introdurrebbe allora il paragone del vasaio che, con la stessa argilla, fabbrica vasi di uso nobile e vasi di uso vile?... Sono gli uomini che egli paragona all’argilla e Dio al vasaio. Questo paragone non avrebbe alcun senso e sarebbe stato fatto invano se non volesse significare che noi non siamo liberi. Anzi, tutto quello che Paolo dice circa la grazia e la sua funzione sarebbe inutile e senza oggetto.
Qual’e ,infatti , lo scopo che Paolo persegue nella sua epistola? Quello di far vedere che noi non possiamo far nulla, anche quando sembriamo fare il bene... Insomma, la Diatriba tratta questi testi paolinici con tanto timore ed esitazione che la sua coscienza sembra essere in disaccordo con le sue parole. Là dove essa potrebbe e dovrebbe continuare e concludere la sua dimostrazione, si interrompe quasi sempre dicendo: « ma ora basta », oppure : « non esaminerò questo punto nei suoi particolari »... essa lascia la questione in sospeso... Siamo poi costretti ad ammirare l’eleganza con la quale la Diatriba cerca di salvare capra e cavoli, cioè la libertà e la necessità, dicendo:” ogni necessita’ non e’ detto che escluda il libero arbitrio così il Padre genera il Figlio necessariamente e tuttavia liberamente e volontariamente. Ma - dico io - stiamo parlando di necessita’ o di forza maggiore , cioè’ di violenza ? Non abbiamo forse, in tante pubblicazioni dimostrato che si tratta per noi di necessità immutabili e non di forza maggiore, cioè di violenza? Noi sappiamo che il Padre genera volontariamente e sappiamo che Giuda ha tradito il Cristo volontariamente; ma noi diciamo che questa volontà doveva manifestarsi in Giuda in modo certo ed infallibile dal momento che Dio l’aveva previsto...
Non ci s’aspettava da Erasmo che sollevasse il proble ma di come si potesse spiegare che la prescienza di Dio sia certa e che tuttavia i nostri atti si presentino contingenti. Questo problema esisteva già ben prima della Diatriba: ma ci si poteva aspettare da Erasmo una risposta ed una definizione. Invece egli si sottrae a quest’obbligo ricorrendo ad un artifizio retorico e ci trascina con lui, noi che nulla sappiamo di retorica, come se la questione fosse senza importanza e si trattasse di mere sottigliezze, e si precipita lontano dalla battaglia, coronato di edera e di alloro. Ma no, fratello mio!... Non sopportiamo che il retore scappi e si dissimuli... siamo giunti al cuore stesso della questione: o il libero arbitrio sarà schiacciato, oppure trionferà... Che m’importa, infatti, che il libero arbitrio non sia costretto ma che faccia volontariamente ciò che fa? Mi è sufficiente che tu conceda che necessariamente fa, volendolo, ciò che fa e che non può comportarsi diversamente da quello che Dio ha previsto Se Dio ha previsto che Giuda deve tradire, o se ha previsto che deve modificare la sua volontà di tradire , quel che ha previsto deve necessariamente prodursi ; infatti se cosi’ non fosse - Dio si sbaglierebbe in quel che prevede , il che è impossibile...
Vediamo ora il secondo passo, quello relativo a Giacobbe e ad Esaù, del quale è detto - prima ancora entrambi fossero nati - « il maggiore servirà il minore » (Genesi XXV, 23). La Diatriba elude questo passo dicendo che non concerne propriamente la salvezza dell’uomo: Dio può infatti volere che un uomo sia schiavo e povero - che quest’uomo lo voglia oppure no - senza escluderlo per questo dalla salvezza eterna... Ma Paolo ha forse torto a citare questo passo? . Vogliamo forse, in una discussione così seria, accusar Paolo di ridicolo o di incapacità? ... Paolo prova con questo testo che non è per i meriti di Giacobbe e di Esaù, ma in virtù di una vocazione che è detto a Sara « il maggiore servirà il minore ». Paolo discute la seguente questione: è per ineluttabile necessità o per il merito del libero arbitrio che essi sono giunti a quel che è stato annunziato nei loro riguardi? Dimostra che non è per il libero arbitrio ma solo per la grazia di Colui che li ha chiamati, che Giacobbe è giunto là dove non è giunto Esaù. ... In che cosa il libero arbitrio ha aiutato Giacobbe? In che cosa ha nuociuto ad Esau’? In che cosa ha giovato il libero arbitrio se, in virtù’ della prescienza e della predestinazione divine, era gia’ stabilito, prima ancora che nascessero ed avessero fatto alcunché, quale sarebbe stato il destino di ciascuno, vale a dire che uno doveva servire e l’altro signoreggiare?...
In quanto al versetto di Malachia che Paolo aggiunge alla sua citazione (Malachia 1, 2) di Romani IX, 13: « Ho amato Giacobbe ed ho odiato Esaù », la Diatriba la deforma in tre modi. Innanzi tutto: se ci atteniamo alla lettera - essa dice - Dio non ama come noi amiamo e non odia come noi odiamo, anzi non odia alcuno perché una passione del genere non si addice a Dio... Noi sappiamo bene che Dio non ama e non odia come noi: infatti i nostri amori ed i nostri odi sono mutevoli, mentre l’amore e l’odio di Dio sono eterni ed immutabili per natura...
Tutto capita quindi in noi necessariamente, a seconda che Dio ami o non ami, per l’eternità; perciò non è solo lo l’amore di Dio, ma anche - il suo modo di amare che produce in noi la necessità... E’ dunque con ragione che Paolo ha citato Malachia in appoggio alle parole di Mosè secondo le quali Dio ha chiamato Giacobbe prima della sua nascita perché lo amava e non perché Giacobbe avesse amato Dio per primo o avesse meritato questa grazia in qualche modo; e ciò onde si potesse constatare, con l’esempio di Giacobbe e di Esaù, di cosa il nostro libero arbitrio fosse capace!
In secondo luogo, tu - o Erasmo - ti sforzi di dimostrare che Malachia non sembra parlare dell’odio che danna gli uomini per l’eternità, ma di una afflizione limitata nel tempo. Però, quelli che sono rimproverati - in Malachia -sono gli uomini che volevano ricostruire Edom... e Paolo prova, con questo testo di Malachia, che questa afflizione (per gli Edomiti) non viene da un merito o da un demerito, ma dal solo odio di Dio per Esaù e ne conclude che, perciò, il libero arbitrio non esiste...
Dimmi dunque: per quale ragione Dio ha amato Giacobbe ed odiato Esaù? E ciò quando essi non erano ancora nati? Innanzitutto è falso che Malachia parlò solo di una afflizione temporanea: per di più non è della distruzione di Edoni che gli importa. Tu sovverti tutto il pensiero del profeta. Malachia mostra chiaramente qual è il suo proposito: egli rimprovera agli Israeliti la loro ingratitudine verso Dio che li ha amati, es si, per contro, che non lo amano come loro Padre e non lo temono come loro Signore...
Non è pertanto la temerarietà degli Edomiti che vien qui biasimata, ma l’ingratitudine dei figli di Giacobbe che non vedono ciò che vien concesso loro e ritirato ai loro fratelli Edomiti, senz’altra ragione che l’odio di Dio per questi ed il suo amore per quelli. Come possiamo dire, in queste condizioni, che il profeta parli d’una afflizione temporanea? Le sue parole mostrano infatti chiaramente che egli parla di due popoli, nati da due patriarchi, l’uno dei quali è gradito e salvato mentre l’altro è reietto ed infine distrutto. Ma gradire o respingere un popolo non vuol dire soltanto accordargli o rifiutargli beni temporali, vuol dire accordargli o rifiutargli tutto. Infatti il nostro Dio non è solo un Dio delle cose temporali, ma anche un Dio delle cose eterne...
Il terzo modo che tu hai trovato per eludere i testi di Malachia e di Paolo è dire che, in un senso figurato, il passo di Romani IX, 6 sg., non significa che Dio ama tutti i pagani e che odia tutti gli Ebrei, ma che ama qualcuno e dell’una e dell’altra razza. Mercé questa interpretazione la Diatriba perviene alla seguente conclusione: quando Dio ha odiato uomini non ancora nati, ciò è potuto accadere perché Egli aveva la prescienza delle cose odiose che essi avrebbero fatto; così odio ed amor di Dio non intaccano il libero arbitrio... Ma noi non vediamo alcuna delle immagini figurate, peraltro senza prove, dalla Diatriba. Sappiamo che gli uomini sono rigenerati dalla fede e risospinti al male dall’incredulità e che occorre esortarli a credere, onde non siano nuovamente occasione di caduta. Ma ciò non vuol dire che essi possano credere o non credere in virtù del loro libero arbitrio, ed è precisamente qui che sta il chiodo della questione... Discutiamo per sapere in virtù di qual merito o in virtù di quale opera gli uomini possono pervenire alla fede, grazie alla quale saranno rigenerati, o pervenire all’incredulità per la quale saranno dannati: ciò è affare del dottore. Ma tu, definisci dunque una buona volta questo merito! Paolo insegna che ciò avviene non per merito nostro, ma solo per amore o odio di Dio. E quando ciò accade, egli esorta a perseverare nella fede onde non essere reietti da Dio. Ma questa esortazione non ci mostra quel che possiamo fare, bensì quello che dovremmo fare...