CAPITOLO XIV
NELLA CREAZIONE DEL MONDO E DI TUTTE LE COSE LA SCRITTURA DISTINGUE CON SEGNI SICURI IL VERO DIO DA QUELLI INVENTATI
1. Giustamente Isaia rimprovera a tutti gli idolatri di non aver imparato dai fondamenti della terra e dalla volta celeste chi fosse il vero Dio (Is. 40.21) . Per il nostro spirito tardo e insensibile è stato però necessario mostrare e quasi raffigurare più esplicitamente il vero Dio, affinché i credenti non si lascino andare alle fantasticherie dei pagani. La definizione più accettabile data dai filosofi è quella secondo cui Dio è lo spirito del mondo. Si tratta tuttavia di un'ombra che svanisce e Dio deve essere conosciuto da noi in modo più famigliare perché non continuiamo muoverci nell'incertezza. A questo scopo ha fatto conoscere la storia della creazione attraverso Mosè e su di essa ha voluto fosse fondata la fede della Chiesa, affinché non cercassimo altro Dio se non quello ivi mostrato quale creatore del mondo. Per prima cosa viene qui indicato il tempo affinché i credenti siano condotti, dallo scorrere continuo degli anni, fino alla prima origine del genere umano e di ogni cosa. Questo è particolarmente utile a sapere, non solo per respingere le favole fantastiche che sono state in voga un tempo in Egitto e in altri paesi, ma anche perché, rendendo noto il principio del mondo, l'eternità di Dio possa risplendere più chiaramente e ci rapisca in ammirazione di lui.
Non lasciamoci turbare a questo punto dall'ironia degli schernitori. Essi domandano perché Dio non abbia pensato prima di creare il cielo e la terra ma abbia lasciato trascorrere un lasso infinito di tempo, pari forse a milioni di epoche, rimanendo intanto ozioso, ed abbia cominciato a mettersi all'opera solo seimila anni fa, quanti non sono neanche ancora trascorsi dalla creazione del mondo (tuttavia volgendo alla fine esso mostra quanto durerà) . Non ci è lecito, né utile, indagare perché Dio abbia aspettato tanto: se lo spirito umano si sforza di salire così in alto verrà meno cento volte per strada; e non ci sarà affatto utile conoscere quanto Dio di proposito ha voluto tener nascosto, per mettere alla prova la sobrietà della nostra fede. Molto bene rispose quell'antico a uno schernitore, che per ridere e beffarsi, domandava cosa facesse Dio prima di creare il mondo: "Costruiva l'inferno per i curiosi "fu la risposta. Questo ammonimento serio quanto severo deve spegnere la disordinata concupiscenza che sollecita molti e anzi li spinge a speculazioni tanto contorte quanto dannose. Ricordiamoci insomma che l'Iddio invisibile, la cui saggezza, potenza e giustizia sono incomprensibili, ci ha messo davanti agli occhi il racconto di Mosè come uno specchio in cui egli vuole far risplendere la sua immagine. Come gli occhi cisposi e inebetiti dalla vecchiaia, oppure oscurati da altro difetto o malattia, non possono vedere distintamente se non sono aiutati dagli occhiali, così la nostra incapacità è tale che se la Scrittura non ci indirizza nel cercare Dio, ci perdiamo subito. Se quei chiacchieroni spudorati e beffardi non ricevono ora un ammonimento, realizzeranno troppo tardi, nella loro orribile rovina, quanto sarebbe stato loro più utile guardare dal basso verso l'alto i segreti voleri di Dio in tutta reverenza piuttosto che sputare le loro bestemmie per denigrare il cielo.
Anche sant'Agostino lamenta giustamente che si fa ingiuria a Dio quando si cerca alle sue opere una causa superiore alla sua volontà. E in un altro passo ci avverte giustamente che agitare la questione dell'infinità dei tempi è una follia e una assurdità non minore del mettersi a discutere della grandezza degli spazi. Per quanto vaste ed estese siano le sfere celesti, vi si può tuttavia trovare un termine di misura. Se qualcuno criticasse Dio perché lo spazio vuoto è cento milioni di volte maggiore, una audacia così sconfinata non risulterebbe odiosa a tutti i credenti? Ebbene quanti criticano l'ozio di Dio giudicando che egli ha lasciato passare dei secoli infiniti prima di creare il mondo, cadono nella stessa follia. Per soddisfare la loro curiosità escono dal mondo, quasi in una sfera sì ampia di cielo e di terra non avessimo a disposizione oggetti e stimoli, sufficienti per la loro chiarezza inestimabile a impegnare tutti i nostri sensi, a travolgerci per così dire; quasi nello spazio di seimila anni Dio non ci avesse dato insegnamenti sufficienti, su cui meditare senza fine e senza riposo, per esercitare i nostri spiriti. Rimaniamo dunque nei limiti in cui Dio ha voluto rinchiudere e quasi trattenere i nostri spiriti ond'essi non si lasciassero andare a divagare con troppa licenza.
2. A questo stesso scopo Mosè racconta che la costruzione del mondo non è stata terminata in un minuto ma in sei giorni. Ci distoglie da ogni falsa fantasticheria per concentrarci nel pensiero di un solo Dio che ha compiuto la sua opera in sei giorni, onde non ci stancassimo per tutto il corso della nostra vita, di considerare quale egli sia. Sebbene i nostri occhi, dovunque si volgano, siano costretti a contemplare le opere di Dio, sappiamo tuttavia quanto questa attenzione sia superficiale e debole; e se siamo toccati da qualche pensiero buono e santo, esso svanisce immediatamente. La ragione umana polemizzerebbe volentieri contro Dio giudicando che costruire il mondo un giorno dopo l'altro sia cosa indegna della sua potenza. Tale permane la nostra presunzione finché il nostro spirito domato all'obbedienza della fede, giunga a quel riposo cui siamo invitati dalle parole sulla santificazione del settimo giorno.
Nell'ordine della creazione dobbiamo dunque ravvisare attentamente l'amore paterno di Dio verso il genere umano, in quanto egli non ha creato Adamo senza aver prima arricchito il mondo e provveduto con l'abbondanza di ogni bene. Se infatti lo avesse posto sulla terra quando essa era ancora sterile e deserta e se gli avesse dato la vita prima della luce, si sarebbe potuto pensare che egli non si preoccupava di procurargli quanto era utile. Ma egli ha differito la creazione dell'uomo fino a quando ha potuto disporre il corso del sole e delle stelle per la nostra utilità; ha riempito le acque e l'aria di ogni genere di animali; ha fatto produrre ogni genere di frutti per alimentarci; con tutte queste cure, degne di un buon padre di famiglia previdente, ha mostrato la sua meravigliosa bontà verso di noi. Chi rifletta attentamente, dentro di se, a quanto io menziono qui solo di sfuggita, constaterà che Mosè è un testimone infallibile e un araldo autentico per far conoscere il creatore del mondo.
Tralascio qui di ripetere quanto già detto, vale a dire che Mosè non ci mostra solo l'essenza di Dio, ma anche la sua sapienza eterna e il suo Spirito: onde non immaginiamo Dio diverso da quello che vuol essere riconosciuto in questa immagine.
3. Prima di iniziare a trattare più a fondo il problema della natura dell'uomo, bisogna formulare alcune osservazioni sugli angeli. Mosè nella storia della creazione, adeguandosi alla semplicità degli ignoranti, non menziona altre opere di Dio se non quelle visibili ai nostri occhi; ma in seguito presenta gli angeli come ministri di Dio. l: facile dedurne che essi lo riconoscono quale creatore impegnandosi ad obbedirgli e a compiere il loro dovere verso di lui. Sebbene dunque Mosè, parlando in modo approssimato come il popolo semplice, non abbia nominato subito gli angeli fra le creature di Dio, tuttavia nulla ci impedisce di esporre qui chiaramente quanto la Scrittura ne dice altrove. Se desideriamo infatti conoscere Dio dalla sua creazione non possiamo omettere questa parte sì nobile ed eccellente, necessaria inoltre a refutare molti errori.
La dignità propria della natura angelica ha sempre colpito molta gente; e si è pensato che si reca loro ingiuria sottoponendoli a Dio; e per questo si è attribuita agli angeli una qualche divinità. E Mani se ne viene fuori con la sua setta inventando due principi, vale a dire Dio e il Diavolo; attribuendo l'origine delle cose buone a Dio e facendo il Diavolo autore delle nature malvagie. Se noi lasciassimo oscurare il nostro spirito da queste fantasticherie Dio non avrebbe la gloria che merita per la creazione del mondo. È proprio di Dio appunto l'essere eterno e l'aver l'esistenza da se stesso: quanti attribuiscono queste caratteristiche al Diavolo non gli conferiscono forse prerogative divine? Inoltre, in che consiste la potenza infinita di Dio se si attribuisce al Diavolo un dominio tale da poter eseguire quel che gli pare, anche contro la volontà di Dio?
Il presupposto di quegli eretici: non è lecito credere che il Dio buono abbia creato alcunché di malvagio, non colpisce affatto la nostra fede, perché non riconosciamo alcuna malvagità in ciò che Dio ha creato. Infatti la malizia e la perversità dell'uomo, come quelle del Diavolo e i peccati che ne provengono, non derivano affatto dalla natura, ma piuttosto dalla corruzione di questa; e tutto quel che procede da Dio ci dà fin dal principio di conoscere la sua bontà, la sua sapienza e la sua giustizia. Per respingere queste fantasticherie è necessario elevare la nostra comprensione più in alto di quanto possono i nostri occhi vedere. Per questo scopo e in questa intenzione verosimilmente il concilio di Nicea ha chiamato Dio: creatore delle cose invisibili. Ma parlando degli angeli, io mi studierò di attenermi alla sobrietà che egli ci ordina: vale a dire di non speculare più alto di quanto ci sia utile, nel timore che i lettori siano sviati dalla semplicità della fede. E inoltre, dato che lo Spirito Santo ci insegna sempre ciò che è utile (e nei problemi che sono di grande importanza per la nostra edificazione o tace del tutto oppure dà alcune brevi e rapide indicazioni) nostro dovere è di ignorare di buon grado quanto non arreca alcun profitto.
4. Dato che gli angeli sono ministri di Dio preposti ad eseguire quanto egli comanda loro (Sl. 103) , non c'è alcun dubbio che essi sono sue creature. Suscitare discussioni contenziose per sapere quando siano stati creati non è forse segno di testardaggine più che di diligenza? Mosè racconta che la terra era perfetta e i cieli perfetti con tutti i loro ornamenti ed eserciti (Ge 2.1) : perché dunque tormentarsi per sapere in quale giorno gli angeli, che sono gli eserciti del cielo, hanno incominciato ad esistere?
Per non continuare più a lungo, ricordiamoci che su questo punto, come in tutta la dottrina cristiana, dobbiamo mantenere un atteggiamento di umiltà e modestia per non dire o pensare, e neanche desiderare sapere, riguardo a cose oscure, in modo diverso da come Dio ne tratta nella sua Parola. E dobbiamo poi attenerci alla regola di leggere la Scrittura cercando continuamente e meditando quanto appartiene all'edificazione, senza lasciare le redini alla nostra curiosità, né al desiderio di apprendere cose inutili. Dato che Dio non ci ha voluto istruire in questioni frivole ma nella vera pietà, vale a dire nel timore del suo nome, nella fiducia in lui, in santità di vita, accontentiamoci di questa conoscenza. Se vogliamo dunque che il nostro sapere sia netta mente inquadrato, dobbiamo lasciare le questioni vane in cui si dibattono gli spiriti oziosi, quando trattano senza la parola di Dio, della natura e del numero degli angeli e delle loro gerarchie. So bene che molti sono avidi di indagare, e prendono piacere a queste cose, più che in quelle che ci dovrebbero essere familiari. Se non ci dispiace essere discepoli di Gesù Cristo, non ci dispiaccia seguire il metodo che egli ci ha dato. Consideriamoci soddisfatti dunque dell'insegnamento che egli ci dà, astenendoci dalle domande oziose, dalle quali egli ci tiene lontani non solamente perché ce ne asteniamo, ma perché le abbiamo addirittura in orrore.
Nessuno contesterà che l'autore della Gerarchia celeste, attribuita a san Dionigi, Vi abbia dissertato con grande penetrazione su molte cose; ma se qualcuno esamina minuziosamente la materia, vedrà che nella maggior parte dei casi sono pure chiacchiere. Ora, compito di un teologo, non è il dilettare le orecchie con chiacchiere, ma il confermare le coscienze insegnando cose vere, certe ed utili. Leggendo questo libro, si ha l'impressione di udire un uomo caduto dal cielo, che racconta le cose non solo lette, ma addirittura viste con i propri occhi. Ora san Paolo, che era stato innalzato oltre il terzo cielo, non solo non ha insegnato i segreti visti, ma ha dichiarato essergli del tutto illecito rivelarli (2 Co. 12.1-4) . Lasciando dunque questa folle sapienza, consideriamo solamente ciò che Dio ha voluto farci sapere degli angeli attenendoci alla semplice dottrina della Scrittura.
5. Leggiamo in tutta la Scrittura che gli angeli sono spiriti celesti, del cui ministero Dio si serve per far seguire la sua volontà; per questo è imposto loro il nome di "angeli", perché Dio li fa suoi messaggeri verso gli uomini per manifestarsi loro. Gli altri nomi che la Scrittura adopera hanno la stessa origine. Sono chiamati Eserciti (Lu 2.13) perché, come i soldati attorniano il loro principe o il loro capitano, così essi stanno da vanti a Dio per onorarne ed accrescerne la maestà, pronti ad obbedire alla sua volontà per agire dovunque egli ordini, anzi impegnati all'opera. Il trono di Dio ci è descritto nella sua magnificenza da tutti i profeti e specialmente da Daniele quando dice: Dio sul suo trono era circondato da miriadi di angeli, in numero infinito (Da. 7.10) in quanto tramite loro Dio manifesta la forza della sua mano, essi sono chiamati Potenza; ed in quanto esercita il suo imperio su tutto il mondo, sono chiamati Principati, Potenze, Signorie (Cl. 1.16; Ef. 1.21) .
Infine, poiché la gloria di Dio dimora in essi, sono chiamati anche i suoi Troni; sebbene io non voglia impegnarmi su quest'ultima parola perché anche un'altra espressione può convenire altrettanto e forse meglio.
Ma a parte l'appellativo di Troni, lo Spirito Santo usa spesso i titoli menzionati per magnificare la dignità del ministero degli angeli. Non c'è motivo infatti di lasciare privi di onore le creature di cui il Signore si serve come di strumenti per far conoscere in modo speciale la sua presenza nel mondo. Molte volte anzi, sono chiamati Dèi, perché con il loro ministero ci presentano in certo qual modo, come in uno specchio, l'immagine di Dio. Mi piace molto quanto hanno scritto gli antichi dottori, vale a dire che quando la Scrittura menziona l'apparizione dell'angelo di Dio ad Abramo o a Giacobbe o a qualcun altro (Ge 18.1; 32.1.28; Gs. 5.14; Gd. 6.12; 13.22) , essa allude a Gesù Cristo, tuttavia anche gli angeli sono chiamati sovente dèi, come ho detto. E non dobbiamo stupircene perché se gli stessi onori sono resi ai re e ai prìncipi, che la Scrittura chiama dèi (Sl. 82.6) , i quali sono nel loro ufficio come luogotenenti di Dio, Sovrano superiore a tutti, tanto più v'è ragione di attribuirli agli angeli; in essi infatti la gloria di Dio risplende più chiaramente.
6. La Scrittura si sofferma soprattutto a insegnare quanto può maggiormente servire a consolarci e a confermare la nostra fede; vale a dire che gli angeli sono dispensatori e ministri della liberalità di Dio nei nostri riguardi. Per queste ragioni essa afferma che sono sempre all'erta per la nostra salvezza, sempre pronti a difenderci, che tutelano il nostro cammino e hanno cura di noi in ogni cosa onde non ci accada nulla di male.
Le affermazioni seguenti hanno valore universale, concernono in primo luogo Gesù Cristo, come capo di tutta la Chiesa, e poi tutti i credenti: "Egli comanderà ai suoi angeli di guardarti in tutte le tue vie: essi ti porteranno in palma di mano ché talora il tuo piè non inciampi" (Sl. 91.2); e: "Gli angeli del Signore sono intorno a quanti lo temono e li preservano dal pericolo" (Sl. 34.8) . Con queste parole Dio mostra di affidare agli angeli la tutela di chi egli vuole difendere. Così l'angelo del Signore consolava Agar nella sua fuga e le ordinava di riconciliarsi con la sua padrona (Ge. 16.9) . Similmente Abramo prometteva al suo servo che l'angelo dell'Eterno gli sarebbe come guida nel cammino (Ge 24.7) . Giacobbe benedicendo Efraim e Manasse pregava che l'angelo di Dio, da cui era stato sempre aiutato lo facesse prosperare (Ge 48.16) . Similmente è detto che l'angelo di Dio era sul campo con il popolo di Israele (Es. 14.9; 23.20) . Ed ogni volta che Dio ha voluto liberare quel popolo dalla mano dei suoi nemici si è servito degli angeli per farlo (Gd. 2.1; 6.2; 13.9) . Per non dilungarmi oltre: è detto che gli angeli servivano al nostro Signore Gesù dopo che fu tentato nel deserto (Mt. 4.2) , lo assistevano nella sua angoscia al tempo della passione (Lu. 22.43) , annunciarono alle donne la sua resurrezione e ai discepoli la sua venuta gloriosa (Mt. 28.5-7; Lu 24.5; At. 1.10) . Per svolgere l'ufficio loro affidato di essere nostri difensori, essi combattono contro il Diavolo e contro tutti i nostri nemici ed esercitano la vendetta di Dio su chi ci molesta. Leggiamo, per esempio, che l'angelo del Signore uccise in una notte centoottantacinquemila uomini nel campo degli Assiri per liberare Gerusalemme dall'assedio (4 Re 19.35; Is. 37.36) .
7. Per il resto, non oserei affermare che ogni credente abbia oppure no un angelo proprio, assegnatogli per sua difesa. Certo quando Daniele dice che l'angelo dei Persiani e similmente l'angelo dei Greci combattevano contro i loro nemici (Da 10.13.20; 12.1) vuole indicare che Dio talvolta prepone i suoi angeli come governatori di paesi e province. Similmente Gesù Cristo, quando dice che gli angeli dei piccoli bambini vedono del continuo la faccia del Padre (Mt. 18.10) , afferma esservi certi angeli incaricati dei piccoli bambini: ma non so se da questo si potrebbe dedurre che ciascuno abbia il proprio. Bisogna tenere questo punto per certo, che non un angelo solo ha cura di noi ma di comune accordo essi vegliano per la nostra salvezza. È detto infatti di tutti gli angeli in comune che si rallegrano più di un peccatore convertito a penitenza che di novanta giusti perseveranti nell'agire bene (Lu. 15.7) . È detto parimenti che l'anima di Lazzaro fu portata nel seno di Abramo da molti angeli (Lu. 16.22) . Non senza ragione Eliseo mostra al suo servitore numerosi carri fiammeggianti che erano stati posti a sua disposizione particolare per difenderlo (4 Re 6.17) . Un passo sembra espressamente confermare questa opinione: san Pietro, uscito miracolosamente dalla prigione, bussò alla casa in cui i fratelli erano riuniti ed essi, non potendo pensare fosse lui, dicevano: È il suo angelo (At. 12.15) . Si può congetturare che questo venne loro alla mente perché era opinione comune che ogni credente avesse il suo angelo particolare. Ma vi è una risposta a questo. Nulla vieta che essi intendessero uno degli angeli ai quali Dio aveva raccomandato san Pietro senza che ne fosse il guardiano perpetuo, così come si immagina comunemente ciascuno di noi abbia due angeli, uno buono e uno cattivo; opinione una volta comune tra i pagani.
Ma non vale la pena di tormentarci troppo riguardo ad un problema che non è affatto necessario alla salvezza. Chi non si contenta del fatto che tutto l'esercito del cielo è in guardia per la nostra salvezza ed è pronto ad aiutarci, non vedo cosa gli servirà affermare esserci un angelo particolare come suo guardiano. Anzi, chi limita ad un angelo la cura che Dio ha di ciascuno di noi, reca ingiuria a se stesso e a tutti i membri della Chiesa, come se Dio avesse promesso inutilmente di soccorrerci con numerose schiere, affinché difesi da ogni parte combattessimo più coraggiosamente.
8. Chi poi si arrischiasse a determinare il numero e gli ordini degli angeli, consideri attentamente su quale fondamento si fonda. Riconosco che Michele, nel libro di Daniele è chiamato grande principe o capitano (Daniele 12.1) e arcangelo nel libro di san Giuda (Gd.e 1.9) .
San Paolo afferma che sarà un arcangelo con una tromba a concludere il mondo per farlo comparire in giudizio (1 Ts. 4.16) . Ma chi potrà da questo fissare i gradi di onore tra gli angeli, distinguerli l'uno dall'altro per il nome e per il titolo, assegnare a ciascuno il suo luogo e la sua dimora? Gli stessi nomi di Michele e Gabriele che si trovano nella Scrittura e il nome di Raffaele che si trova nella storia di Tobia (Tobia 12) sembrano, in base al loro significato, essere stati imposti agli angeli a cagione della nostra infermità; a questo riguardo preferisco non pronunciarmi.
Per quanto riguarda il numero, abbiamo sentito dalla bocca di Gesù Cristo che ve ne sono molte legioni (Mt. 26.53) . Daniele parla di molti milioni (Da 7.10) ; il servitore di Eliseo vide numerosi carri; e quanto è detto nel Salmo: essi sono accampati intorno ai credenti, presuppone una grande moltitudine (Sl. 34.8) . È vero che gli spiriti non hanno forma come i corpi, tuttavia la Scrittura, per la nostra poca comprensione e limitatezza, ci rappresenta gli angeli alati con il nome di cherubini e serafini; onde non dubitiamo che essi saranno sempre pronti a soccorrerci con incredibile rapidità non appena sarà necessario, così come vediamo i lampi volare nel cielo, più veloci di ogni comprensione. Pretendere sapere di più significherebbe voler conoscere segreti la cui piena rivelazione è differita all'ultimo giorno. Ricordiamoci dunque: su questo punto dobbiamo guardarci tanto dalla curiosità superflua di indagare quel che non ci appartiene di sapere, quanto dall'audacia di parlare di quanto ignoriamo.
9. Dobbiamo tuttavia tener per certo questo punto, messo in dubbio da alcuni scervellati: gli angeli sono spiriti che servono a Dio ed egli li adopera per proteggere i suoi e per mezzo loro dispensa i suoi benefici agli uomini (Eb. 1.14) e compie tutte le sue opere. I Sadducei nel passato, hanno ritenuto che con la parola "angeli" non fosse significato altro che il movimento da Dio ispirato agli uomini o le forze che egli manifesta nelle sue opere (At. 23.8) . Ma vi sono tante testimonianze nella Scrittura che contraddicono questa fantasticheria da stupirci sia potuta esistere una tale ignoranza nel popolo di Israele. Infatti senza andare più lontano, i passi che ho più sopra citati sono sufficienti a risolvere ogni difficoltà. Quando è detto che vi sono legioni e milioni di angeli, quando è detto che si rallegrano, quando è raccontato che sostengono i credenti con le loro mani, che portano le loro anime al riposo, che vedono la faccia di Dio: con tutto questo si vuol dimostrare che essi hanno una natura o una essenza. Inoltre l'affermazione di san Paolo e santo Stefano: la legge è stata data per mano degli angeli (At. 7.53; Ga .3.19) , e quelle del nostro Signore Gesù: gli eletti saranno simili agli angeli dopo la resurrezione, che l'ultimo giorno è sconosciuto persino agli angeli e ancora: egli verrà con i santi angeli (Mt. 22.30; 24.36; 25.31; Lu 9.26) non possono essere distolte ad altri significati. Similmente quando san Paolo scongiura Timoteo davanti a Gesù Cristo e ai suoi angeli eletti (1 Ti. 5.21) non intende far riferimento a qualità o ispirazioni senza sostanza; né possono essere interpretate diversamente le espressioni della epistola agli Ebrei secondo cui Gesù Cristo è stato esaltato al disopra degli angeli; non ad essi è stato assoggettato il mondo; Cristo non ha preso la loro natura ma quella degli uomini (Eb. 1.4; 2.16) . Questo non può voler dir altro che si tratta di veri spiriti con una loro sostanza propria. Lo dimostra in séguito l'Apostolo affiancando gli angeli con le anime dei credenti e mettendoli nella stessa categoria (Eb. 12.22) . Inoltre abbiamo già detto che gli angeli dei piccoli bambini vedono del continuo il volto di Dio, che siamo difesi dal loro aiuto, che si rallegrano della nostra salvezza, che si meravigliano della grazia infinita di Dio mostrata nella Chiesa, che sono sotto uno stesso capo come noi, vale a dire Cristo; che sono spesso apparsi ai santi profeti in forma d'uomo, hanno loro parlato e hanno abitato nelle loro dimore: tutto questo mostra che non si tratta di vento e di fumo. Anche Gesù Cristo a causa della preminenza che possiede in quanto Mediatore, è chiamato Angelo (Ma.3.1) .
Mi è sembrato bene accennare brevemente a questo punto per armare e premunire i semplici quando incontrano sciocche opinioni e fantasticherie che il Diavolo ha suscitato dal principio nella Chiesa e che ora risveglia.
10. Occorre ancora prendere posizione contro la superstizione che si accompagna volentieri, nella fantasia degli uomini, all'affermazione che gli angeli siano ministri e dispensatori di ogni bene. Infatti la nostra ragione deduce subito che non v'è onore che non debba essere loro attribuito. Avviene così che trasferiamo ad essi quanto appartiene esclusivamente a Gesù Cristo. Ecco come la gloria di Cristo è stata per lungo tempo oscurata, poiché si magnificavano smisuratamente gli angeli attribuendo loro quanto la Parola di Dio non dice. E tra gli errori che stentiamo oggi a sradicare, ce n'è uno più antico: vediamo infatti che lo stesso san Paolo ha dovuto combattere contro taluni che esaltavano gli angeli al punto che Gesù Cristo veniva abbassato quasi al loro stesso livello. Per questa ragione nella epistola ai Colossesi egli afferma con forza che Gesù Cristo non solamente deve essere preferito agli angeli, ma che essi ricevono da lui ogni bene (Cl. 1.16.20) affinché non siano così stolti da allontanarsi da lui per andare a loro: essi non sono sufficienti a se stessi, ma attingono alla stessa nostra sorgente. Poiché la gloria di Dio risplende così chiaramente in essi, non vi è nulla di più facile che lasciarci trasportare nell'errore di adorarli e di attribuire loro quanto è dovuto al solo Dio. È quel che san Giovanni dichiara nell'apocalisse essergli accaduto; ma dice nello stesso tempo che l'Angelo gli rispose: "Guardati dal farlo. Io sono un servitore come te. Adora Dio" (Re 19.10) .
2. Questo pericolo si eviterà facilmente quando si consideri perché Dio si serve degli angeli; egli manifesta tramite loro la sua potenza per procurare la salvezza dei credenti e comunicare loro i suoi benefici anziché farlo direttamente. Certo non lo fa per necessità, come se non ne potesse fare a meno. Ogniqualvolta gli piace egli compie la sua opera senza richiederne l'aiuto, adoperando la sua sola autorità, senza alcun bisogno di chiamarli al proprio soccorso. Egli agisce in questo modo per venire incontro alla nostra debolezza, affinché non ci manchi nulla di quanto può darci buona speranza e confermare i nostri cuori. La promessa del Signore di essere il nostro protettore ci dovrebbe essere più che sufficiente: ma quando vediamo come siamo assediati da tanti pericoli, da tante difficoltà, da tanti nemici, può accaderci talvolta, deboli e fragili quali siamo, di essere preoccupati o di perdere coraggio, se Dio non ci fa sentire la presenza della sua grazia tenendo conto della nostra ignoranza e limitatezza. Per questa ragione ci promette non solo di prendere cura di noi, ma di avere innumerevoli servitori ai quali ha ingiunto di procurare la nostra salvezza; per farci comprendere così che essendo sotto la sua protezione siamo sempre al sicuro in qualunque pericolo ci troviamo. Riconosco la nostra perversità: pur avendo ricevuto la esplicita promessa della protezione di Dio ci preoccupiamo ancora del come e da quale parte ci aiuterà. Ma poiché Dio, secondo la sua bontà e la sua infinita clemenza, vuole sovvenire anche a questa nostra debolezza, non dobbiamo disprezzare la grazia offertaci. Ne abbiamo un bell'esempio nel servo di Eliseo il quale, vedendo che la montagna su cui si trovava con il suo padrone era assediata dai Siri, credeva di essere perduto. Eliseo pregò Dio che gli aprì gli occhi e così vide che la montagna era piena dell'esercito celeste, vale a dire degli angeli inviati da Dio per proteggere il Profeta e i suoi compagni (4 Re 6.17) . Il servitore confermato da questa visione riprese coraggio e non tenne più conto dei nemici che a prima vista lo avevano tanto spaventato.
12. Dobbiamo dunque ricondurre, quanto è detto del ministero degli angeli, all'intenzione di fondare più stabilmente la nostra fede in Dio. Per questo infatti Dio manda i suoi angeli come in guarnigione per difenderci: affinché non siamo spaventati dalla moltitudine dei nemici, dimenticando che egli è il più forte, ma ricorriamo sempre a questa frase di Eliseo: Quelli che sono con noi sono più numerosi di quelli che sono contro di noi. È cosa perversa dunque che gli angeli ci allontanino da Dio, dato che essi sono stati stabiliti perché sentissimo più prossimo il suo aiuto manifestandocelo secondo la nostra debolezza. Ed essi ci allontanano da Dio, quando non ci conducono direttamente a lui, quasi per mano, affinché lo contempliamo e invochiamo in aiuto lui solamente, riconoscendolo autore di ogni bene, quando non sappiamo considerarli come le sue mani, che non compiono nulla senza il suo volere e la sua decisione, quando non ci conducono a Gesù Cristo e ci mantengono in lui onde lo consideriamo unico Mediatore, avendo la coscienza di dipendere interamente da lui e avendo il nostro riposo in lui solamente. Dobbiamo avere impresso nella memoria quanto è scritto nella visione di Giacobbe: gli angeli discendono sulla terra verso gli uomini e gli uomini rIsalgono al cielo con la scala alla cui sommità sta il Signore degli eserciti (Ge 28.12) . È così indicato che gli angeli comunicano con noi per la sola intercessione di Gesù Cristo. Così anche è detto: "Vedrete d'ora innanzi i cieli aperti e gli angeli scendere sopra il figlio dell'Uomo" (Gv. 1.51) . Per questo motivo il servitore di Abramo affidato alla protezione dell'angelo non lo invoca per esserne assistito, ma si rivolge a Dio chiedendogli di aver misericordia di Abramo suo padrone (Ge 24.7) . Dio, pur facendo gli angeli ministri della sua bontà e della sua potenza, non ha condiviso con essi la sua gloria; essi dunque non promettono di aiutarci per ministero proprio, affinché la nostra fiducia non sia divIs.. Dobbiamo dunque respingere la filosofia di Platone che insegna ad andare a Dio per mezzo degli angeli e ad onorarli onde siano più propensi a condurci. Si tratta di una dottrina falsa e malvagia; eppure alcuni superstiziosi fin dal principio hanno voluto introdurla nella Chiesa cristiana, e oggi alcuni vorrebbero restaurarla.
13. Quanto la Scrittura insegna sui diavoli ha lo scopo di metterci in guardia onde resistiamo alle loro tentazioni, non veniamo sorpresi dai loro agguati e ci muniamo di armi sufficienti a respingere nemici potentissimi. Satana è chiamato il Dio e Principe di questo mondo (2 Co. 4.4; Gv. 12.31), l'uomo forte armato (Lu 11.21) , il leone ruggente (1Pe 5.8) , lo Spirito che domina nell'aria (Ef. 2.2) . Tutte queste definizioni vogliono renderci vigilanti e insegnarci a combattere. Talvolta questo è esplicitamente dichiarato. Così san Pietro dopo aver detto che il Diavolo ci gira attorno come un leone ruggente cercando di divorarci, aggiunge subito una esortazione: stiamo fermi nella fede per resistergli. E san Paolo dopo averci avvertiti che la nostra guerra non è contro la carne e il sangue ma contro i principi dell'aria, le potenze delle tenebre, gli spiriti malvagi, subito dopo ci ordina di rivestire le armi che possono difenderci in una battaglia così pericolosa. Impariamo dunque a ricondurre il tutto a questo: consci della vicinanza del nemico, nemico pronto, audace e robusto, abile in sotterfugi, ripieno di macchinazioni, esperto nella scienza di combattere e instancabile nei suoi propositi, non rimaniamo addormentati in atteggiamenti di noncuranza talché egli possa opprimerci; ma al contrario manteniamoci forti e pronti a resistergli. E dato che la battaglia finisce solo alla morte, rimaniamo fermi e costanti nella perseveranza. Soprattutto, conoscendo la nostra debolezza e incapacità, invochiamo Dio, nulla intraprendendo senza la fiducia nel suo aiuto: poiché lui solo può armarci dandoci consiglio, forza e coraggio.
14. La Scrittura per incitarci a maggiore vigilanza ci rivela inoltre che non c'è solo un diavolo a farci la guerra, ma una grande moltitudine. È detto infatti che Maria Maddalena era stata liberata da sette diavoli che la possedevano (Mr. 16.9) . E Gesù Cristo mostra quanto avviene normalmente dopo che un diavolo è uscito da noi: e se trova ancora accesso per ritornarvi ne conduce con se sette altri più malvagi (Mt. 12.43) . Anzi di un solo uomo è detto che era posseduto da una legione (Lu 8.30) . Dobbiamo dunque guerreggiare contro una moltitudine infinita di nemici: impariamo a non lasciarci andare alla negligenza come se avessimo qualche tregua per riposarci.
Per quanto riguarda il fatto che si parla spesso del Diavolo o di Satana al singolare, si vuole alludere alla sovranità dell'ingiustizia, contraria al regno della giustizia. Come la Chiesa e la comunità dei santi ha Gesù Cristo come capo, così la banda dei malvagi e l'empietà stessa ci sono descritte attraverso il loro principe esercitante il suo imperio e la sua sovranità. A questo si riferisce la frase: "Andate maledetti nel fuoco eterno che è preparato per il Diavolo e i suoi angeli!" (Mt. 25.41) .
15. Dobbiamo sentirci incitati a combattere incessantemente contro il Diavolo anche dal fatto che egli è detto ovunque avversario di Dio e nostro. Se teniamo in onore come si conviene la gloria di Dio, è necessario impegnare tutte le nostre forze per resistere a colui che trama per annullarla; se siamo desiderosi quanto si richiede, di mantenere il regno di Cristo, è necessario essere in guerra perpetua con colui che si sforza di distruggerlo. D'altronde se ci preoccupiamo della nostra salvezza non dobbiamo avere né pace né tregua con colui che cerca di ostacolarla senza fine e senza requie.
Nel terzo capitolo della Ge è mostrato come egli abbia spinto l'uomo a ribellarsi a Dio, onde questi fosse privato dell'onore che gli appartiene e anche l'uomo fosse precipitato nella rovina. E gli evangelisti ce ne descrivono la natura chiamandolo Nemico (Mt. 13.28) , o Satana che significa lo stesso, e dicendo che egli semina la zizzania per corrompere la semenza della vita eterna. Noi constatiamo insomma in tutte le sue opere quanto Gesù Cristo dichiara di lui, vale a dire che fin dal principio è stato omicida e ingannatore (Gv. 8.44) . Con le sue menzogne assale la verità di Dio, oscura la luce con le sue tenebre, induce in errore lo spirito degli uomini; inoltre suscita odii e infiamma dispute e discussioni. Tutto questo per rovesciare il regno di Dio e immergere gli uomini nella dannazione eterna. Da questo appare come sia perverso per natura, malvagio e maligno. E infatti deve esserci una estrema perversità in una natura che si vota ad annientare completamente la gloria di Dio e la salvezza degli uomini. È quanto dice san Giovanni nella sua epistola: "Fin dal principio egli pecca" (1 Gv. 3.8) . Con questo vuole dire che egli inventa, capeggia e attua ogni malizia e iniquità.
16. Tuttavia, essendo il Diavolo creato da Dio, dobbiamo notare che la malvagità consideratagli naturale non ha origine dalla sua creazione ma dalla sua successiva depravazione. Tutto quanto egli ha di condannabile se lo è acquistato allontanandosi da Dio. La Scrittura ce ne avverte onde non pensiamo che l'iniquità proceda da Dio, mentre gli è completamente contraria. Per questa ragione il nostro Signore Gesù dice che Satana parla di propria iniziativa quando mente (Gv. 8.44) e ne aggiunge la ragione: "perché non è rimasto nella verità". Con questo vuol dire che una volta vi dimorava. E quando lo chiama Padre di menzogna gli toglie ogni scusa onde non possa imputare a Dio il male di cui egli stesso è causa.
Sebbene queste cose siano solo accennate e oscuramente, esse sono sufficienti a chiudere la bocca ai bestemmiatori di Dio. Che importerebbe saper altro del Diavolo? Alcuni sono delusi perché la Scrittura non racconta per filo e per segno la causa, il modo, il tempo, la natura, della caduta dei diavoli: dato però che queste cose non concernono affatto la nostra esistenza o molto poco, il meglio è stato non menzionarle o accennarle molto rapidamente. Non si addiceva infatti allo Spirito Santo soddisfare la nostra curiosità raccontandoci storie vane e senza frutto. Nostro Signore ha avuto cura di insegnare solo quello che possa risultare atto a edificare.
Dunque per non fermarci a cose superflue, ci sia sufficiente sapere riguardo alla natura dei diavoli, che nella loro prima creazione sono stati angeli di Dio, ma allontanandosi dalla loro origine si sono rovinati e sono diventati strumenti della perdizione di altri. Questo fatto essendoci utile da conoscere è chiaramente espresso da san Pietro e da san Giuda quando dicono: Dio non ha risparmiato i suoi angeli che hanno peccato e non hanno conservato la loro origine ma hanno abbandonato il loro luogo (2 Pi. 2.4; Gd. e 1.6) . San Paolo menzionando gli angeli eletti vuole senza dubbio contrapporli ai riprovati (1 Ti. 5.21) .
17. Per quanto riguarda il combattimento e la lotta di Satana contro Dio, dobbiamo tener presente che egli non può far nulla senza la volontà e il permesso di Dio. Leggiamo nella storia di Giobbe che egli si presenta davanti a Dio per ascoltare quanto comanderà e che non osa intraprendere nulla senza avere prima chiesto l'autorizzazione (Gb. 1.6; 2.1) . Così quando Achab meritava di essere ingannato, egli si presentò a Dio per essere spirito di menzogna nella bocca di tutti i profeti e una volta mandato fece quanto gli era stato ordinato (2 Re 22.20) . Per questo stesso motivo lo spirito che tormentava Saul è chiamato spirito malvagio di Dio, perché Dio lo adoperava come un flagello per correggere Saul (1Ki 16.14; 18.10) . In un altro passo è detto che Dio ha colpito gli Egiziani con le piaghe per mezzo dei suoi angeli malvagi (Sl. 78.49) . Nello stesso senso san Paolo dice che l'accecamento dei malvagi è un'opera di Dio, dopo averlo attribuito a Satana (2 Ts. 2.9.2) . Evidentemente Satana è sottoposto alla potenza di Dio ed è guidato dal suo volere in modo tale da essere costretto all'obbedienza.
Quando diciamo: Satana resiste a Dio e le sue opere sono contrarie a quelle di Dio, intendiamo che la sua opposizione non avviene senza il permesso di Dio. Non parlo qui della volontà malvagia di Satana, né di quanto egli macchina, ma solamente degli effetti. Il Diavolo essendo per natura perverso non si preoccupa di obbedire alla volontà di Dio, ma si ribella completamente e oppone resistenza, è dunque radicato in lui e nella sua natura malvagia questo desiderio e questo intento di opporsi a Dio; questa perversità lo induce e lo incita a sforzarsi di fare le cose che pensa siano contrarie a Dio. Ma Dio lo tiene legato e prigioniero nei vincoli della sua potenza e non gli permette di eseguire nulla senza il suo consenso. In questo modo dunque il Diavolo, gli piaccia o no, serve al suo creatore ed è costretto ad adoperarsi dove il volere di Dio lo spinge.
18. Dio conducendo qua e là a suo piacimento gli spiriti immondi, ordina e dirige questo movimento in modo che essi molestano i credenti, tendono loro molti agguati, li tormentano con numerosi assalti, li incalzano talvolta da vicino e spesso li stancano, li turbano, li spaventano e giungono fino al punto da farli soffrire; ma tutto questo è per provarli e non per opprimerli o vincerli. Al contrario i demoni tengono gli increduli in soggezione, esercitano una tirannia sulle loro anime e sui loro corpi, trascinandoli come schiavi a loro piacimento in ogni peccato.
Per quanto riguarda i credenti fronteggiati da tali nemici, queste esortazioni sono rivolte loro: "Non fate posto al Diavolo" (Ef. 4.27) ,"Il vostro avversario, il Diavolo, va attorno a guIs. di leone ruggente cercando chi possa divorare: resistetegli stando fermi nella fede" (1Pe 5.8) , e altri passi consimili. Persino san Paolo confessa di non esser stato esente da questa battaglia allorché dice che l'angelo di Satana gli era stato dato per umiliarlo onde non s'inorgoglisse (2 Co. 12.7) . Si tratta dunque di un combattimento comune a tutti i figli di Dio, tuttavia, dato che la promessa di schiacciare il capo a Satana (Ge. 3.15) appartiene in comune a Gesù Cristo e a tutti i suoi membri, affermo che non possono essere vinti né oppressi da Satana. Sono spesso spaventati, mai sconvolti si da non poter riprendere coraggio. Sono abbattuti da qualche colpo ma si risollevano. Sono feriti, ma non in modo mortale. Sono travagliati per tutta la loro vita ma alla fine ottengono vittoria. Questo non è limitato particolarmente a singoli atti: sappiamo che Davide per giusta punizione di Dio fu abbandonato a Satana per un periodo, onde esserne spinto a fare il censimento del popolo (2 Re 24.1) . E non invano san Paolo lascia speranza di perdono a quanti saranno stati presi nelle reti del Diavolo (2Ti 2.26) . Perciò san Paolo afferma che questa promessa si realizza solo parzialmente nella vita presente perché è il tempo della battaglia; ma sarà realizzata quando la battaglia sarà terminata: "L'Iddio della pace" dice "triterà tosto Satana sotto i vostri piedi" (Ro 16.20) .
Per quanto riguarda il nostro Capo, egli ha sempre avuto pienamente vittoria. Il principe di questo mondo non ha trovato nulla in lui (Gv. 14.30) ; ma in noi, sue membra, questa vittoria appare solo in parte e non sarà perfetta fino a quando, spogliati della carne che ci rende soggetti a debolezza, saremo completamente riempiti della forza dello Spirito Santo. In questo modo quando il regno di Gesù Cristo sarà stabilito, Satana con la sua potenza sarà abbattuto, secondo l'affermazione di Gesù Cristo: "Io vedevo Satana cader dal cielo a guisa. di folgore" (Lu 10.18) . Con questo egli conferma il rapporto fattogli dagli apostoli sui frutti della loro predicazione. Parimenti finché il principe di questo mondo custodisce la porta delle sue mura, tutto quanto possiede è al sicuro; ma se sopravviene uno più forte egli è cacciato (Lu 11.21) . Per questo scopo, come dice l'Apostolo, Gesù Cristo morendo ha vinto Satana che aveva l'imperio della morte (Eb. 2.14) ed ha trionfato di tutte le sue macchinazioni rendendole innocue per la Chiesa, che altrimenti ne sarebbe distrutta ad ogni minuto. Data la nostra fragilità e la sua terribile collera come potremmo opporre la minima resistenza contro i terribili attacchi che a prepara se non fossimo sostenuti dalla vittoria del nostro capitano? Dio dunque non permette a Satana di regnare sulle anime dei credenti, ma gli abbandona solo i malvagi e gli increduli che non riconosce nel suo gregge. È detto infatti che Satana ha in suo possesso il mondo senza opposizione fino a quando non sia stato respinto da Cristo. Parimenti egli acceca tutti coloro che non credono all'Evangelo (2 Co. 4.4) , porta a termine la sua opera in tutti i ribelli (Ef. 2.2) . E a buon diritto: infatti i malvagi sono strumenti dell'ira di Dio e per questo egli li dà nelle mani di colui che è ministro della sua vendetta. Infine è detto che tutti i reprobi hanno il Diavolo per padre (Gv. 8.44) . Come i credenti sono riconosciuti quali figli di Dio grazie alla sua immagine, così quanti portano l'immagine di Satana sono giustamente reputati suoi figli (1 Gv. 3.8) .
19. Come abbiamo refutato più sopra la pazza e perversa fantasticheria di alcuni, secondo cui i santi angeli sarebbero solo buone ispirazioni o impulsi dati da Dio agli uomini, così ora dobbiamo riprovare l'errore di quanti riducono i diavoli ad impulsi malvagi, suggeritici dalla nostra carne. Questo è facile e presto fatto perché disponiamo di molte testimonianze scritturali evidenti e certe.
In primo luogo essi sono chiamati spiriti immondi e angeli apostati decaduti dalla loro prima natura (Mt. 12.43; Gd. e 1.6) . Questi appellativi manifestano chiaramente che essi non sono movimenti di sentimento dei cuori ma piuttosto spiriti aventi intelligenza. Similmente quando Gesù Cristo e san Giovanni paragonano i figli di Dio e i figli del Diavolo (1 Gv. 3.10) , se il nome di Diavolo indicasse solo una malvagia ispirazione il paragone sarebbe privo di senso. San Giovanni si esprime anche più chiaramente quando dice che il Diavolo pecca fin dal principio. Quando san Giuda dice che Michele arcangelo si disputava con il Diavolo il corpo di Mosè contrappone un angelo buono e uno malvagio. Similmente leggiamo nella storia di Giobbe che Satana comparve davanti a Dio con i santi angeli (Gb. 1.6; 2.1) .
Nulla è però più esplicito dei testi in cui si menziona la pena che i diavoli cominciano già a sopportare e che sopporteranno ancora di più nel giorno della resurrezione. Eccone alcuni: "Figlio di Davide, perché sei venuto a tormentarmi prima del tempo?" (Mt. 8.29);"Andate, maledetti, nel fuoco eterno che è preparato per il Diavolo e i suoi angeli" (Mt. 25.41);"Non ha risparmiato i propri angeli ma li ha messi in una oscura prigione legati a catene per custodirli per la eterna dannazione" (2 Pi. 2.4) ecc. Sarebbe del tutto improprio dire che il giudizio di Dio deve venire sui diavoli, che il fuoco eterno è apparecchiato per loro, che sono già in prigione aspettando la sentenza ultima, che Gesù Cristo li ha tormentati alla sua venuta, se i diavoli non esistessero affatto.
Una lunga trattazione di questa materia non reca vantaggio a quanti prestano fede alla parola di Dio, mentre al contrario le testimonianze della Scrittura non servono a nulla per i sognatori che amano solo le novità. Penso aver raggiunto il mio scopo Cl. premunire le coscienze dei credenti contro queste fantasticherie con cui gli spiriti irrequieti turbano e se stessi e gli altri. Era necessario comunque fare un accenno al problema onde ricordare ai semplici che hanno dei nemici contro i quali devono combattere perché non siano vittime della loro disattenzione.
20. Non siamo tuttavia sdegnosi; al punto di vergognarci di prendere piacere alle opere di Dio che si presentano ai nostri occhi in questo meraviglioso teatro del mondo. Come abbiamo detto all'inizio di questo libro, il primo elemento della nostra fede, secondo l'ordine di natura (benché non sia il principale) , consiste nel riconoscere che tutte le cose visibili sono opere di Dio, e riflettere con riverenza e timore allo scopo per cui furono create.
Per saper cogliere con vera fede quanto è utile conoscere su Dio, è opportuno conoscere il racconto della creazione del mondo come è stata brevemente esposta da Mosè (Ge 1) e trattato più ampiamente in séguito dai santi dottori della Chiesa, principalmente da Basilio e Ambrogio, Quivi apprendiamo che Dio per virtù della sua parola e del suo Spirito ha creato dal nulla il cielo e la terra e in essi ha prodotto ogni genere di animali e di creature senza anima e ha distinto con un ordine ammirevole la varietà infinita di cose che vediamo, assegnando a ciascuna specie la sua natura, il suo compito, determinando i loro luoghi e le loro dimore. E sebbene tutte siano soggette alla corruzione, tuttavia egli ha stabilito con la provvidenza che siano mantenute fino all'ultimo giorno. A questo scopo ne conserva alcune in modo segreto e nascosto dando loro di ora in ora nuova forza: ad altre ha dato la possibilità di moltiplicarsi per generare, in modo che quando le une muoiono, altre sopravvengono al loro posto. Ha ornato il cielo e la terra con abbondanza, varietà e bellezza assolute in tutte le cose, come un magnifico palazzo riccamente ammobiliato con tutto l'occorrente. Infine, creando l'uomo, ha compiuto un capolavoro di perfezione più eccellente di tutto il resto, per le grazie che gli ha dato. Non è mia intenzione parlare qui diffusamente della creazione del mondo, avendolo già fatto: sarà sufficiente dunque averne accennato incidentalmente. Come ho detto, chi desidera essere maggiormente istruito, legga Mosè e gli altri che hanno sviluppato questo argomento come si conviene. Ad essi rimando dunque i lettori.
21. Non occorre ora riflettere più a lungo sullo scopo cui deve tendere la contemplazione delle opere di Dio, dato che la questione è stata già affrontata. Essa può essere risolta ora in poche parole per quanto interessa il punto che stiamo trattando.
È vero che se qualcuno volesse descrivere l'inestimabile sapienza, la potenza, la giustizia e la bontà di Dio risplendenti nel la creazione del mondo, non ci sarebbe lingua umana sufficiente ad esprimere sia pure la centesima parte di tale eccellenza. E senza dubbio Dio ci vuole impegnare continuamente in questa santa meditazione in modo che quando contempliamo le ricchezze infinite della sua giustizia, sapienza, bontà e potenza nello specchio delle creature, le guardiamo non solo superficialmente, perdendone subito memoria, ma anzi ci soffermiamo a riflettervi e a meditare coscientemente per conservarne perenne ricordo. Questo libro è scritto per un insegnamento sintetico; non entrerò perciò in argomenti che richiedono lungo ragionare. Tuttavia, per dirla in sintesi, avremo inteso cosa significa l'appellativo di Creatore del cielo e della terra con cui Dio è chiamato, se sapremo seguire in primo luogo questa norma universale di non trascurare alla leggera, per dimenticanza o noncuranza, la potenza di Dio manifesta nelle sue creature; in secondo luogo se impareremo a riferire a noi stessi la considerazione delle sue opere per esserne toccati nel vivo dei nostri cuori.
Chiarirò il primo punto con esempi. Riconosciamo la potenza di Dio nelle sue creature quando consideriamo come egli sia stato un grande ed eccellente artefice collocando nel cielo una tale moltitudine di stelle che non si saprebbe desiderare cosa più piacevole a vedersi. Ha assegnato alle stelle del firmamento sede stabile di sorta che non si possano muovere da un luogo fisso; ai pianeti ha permesso di muovere qua e là senza tuttavia poter oltrepassare i loro limiti; ha distribuito il movimento e il corso di ciascuno in modo che misuri il tempo per dividere il giorno e la notte, gli anni e le loro stagioni: ed anzi questa ineguaglianza dei giorni che percepiamo quotidianamente è così bene disposta che non può generare confusione. Osserviamo similmente la sua potenza che sostiene una massa così grande qual è quella del mondo universale e fa girare il cielo così leggermente che svolge il suo corso in ventiquattro ore; e altre cose simili. Questi esempi mostrano sufficientemente che bisogna riconoscere la potenza di Dio nella creazione del mondo. Se volessimo trattare questo argomento come merita non ci sarebbe fine, come già ho detto: tanti generi di creature ci sono nel mondo o piuttosto tante cose vi sono, grandi o piccole, tanti sono i miracoli della sua potenza, prove della sua bontà e gli insegnamenti della sua sapienza.
22. Il secondo punto, riferito più propriamente alla fede, consiste nel comprendere che Dio ha stabilito tutte le cose a nostro profitto e a nostra salvezza; e nel contemplare la sua potenza e la sua grazia in noi stessi e nei benefici di cui siamo oggetto onde essere stimolati ad affidarci a lui, ad invocarlo, a lodarlo e ad amarlo. Che abbia creato tutte le cose per l'uomo è evidente nell'ordine tenuto nella creazione, come ho fatto notare a suo tempo. Non è senza motivo infatti, che ha suddiviso la creazione del mondo in sei giorni (Ge 1.31) ; egli avrebbe potuto facilmente compiere il tutto in un minuto invece che procedervi poco per volta. Ma ha voluto mostrare la sua provvidenza e la cura paterna che ha di noi nel preparare quanto prevedeva essere utile e vantaggioso all'uomo prima di crearlo. Come dubitare che un padre così buono abbia cura di noi, quando è evidente che ha pensato a procurarci quanto ci è necessario prima ancora della nostra nascita? Non sarebbe malvagio tremare di paura temendo che la sua generosità venga a mancarci nel bisogno, quando essa è stata sparsa su di noi così abbondantemente prima ancora della nostra esistenza? E per di più, udiamo dalla bocca di Mosè che tutte le creature del mondo ci sono assoggettate dalla sua bontà (Ge 1.28; 9.2) . Certo non ha detto questo per farsi beffe di noi promettendoci un dono inefficace che non servirebbe a nulla. Non bisogna dunque temere che alcunché di utile per la nostra salvezza ci possa mancare.
Concludendo: ogni volta che chiamiamo Dio, creatore del cielo e della terra, dobbiamo prendere coscienza del fatto che la sua mano potente dispone di tutte le cose, egli ha assunto il compito di dirigere e nutrire noi, suoi figli, dobbiamo aspettare da lui solo ogni bene (sapendo per certo che non permetterà mai ci manchi quanto è necessario alla nostra salvezza) , la nostra speranza non si fonda su altri e qualunque cosa desideriamo è a lui che dobbiamo chiederla, qualsiasi bene riceviamo, è a lui che dobbiamo riconoscenza con azioni di grazia; in tal modo, stimolati dalla generosità che egli ci dimostra, saremo condotti ad amarlo e riverirlo con tutto il cuore.
CAPITOLO XV
L'UOMO QUALE È STATO CREATO: TRATTIAMO DELL'IMMAGINE DI DIO, DELLE FACOLTÀ DELL'ANIMA, DEL LIBERO ARBITRIO E DELLA ORIGINARIA INTEGRITÀ DELLA SUA NATURA
1. Occorre ora parlare della creazione dell'uomo, innanzitutto perché è il più nobile ed eccellente capolavoro in cui appaiono la giustizia di Dio, la sua sapienza e bontà. Inoltre, come abbiamo detto, non possiamo conoscere Dio chiaramente e con certezza se non interviene parallelamente la conoscenza di noi stessi. Vi sono due aspetti nella conoscenza di noi stessi: quali siamo stati formati nella nostra prima origine e in séguito la condizione in cui siamo precipitati dopo la caduta di Adamo. (Non servirebbe a nulla conoscere la nostra condizione primitiva se, attraverso la miserabile rovina che ha poi avuto luogo, non comprendessimo quali sono la nostra corruzione e la deformità della natura) . Per il momento limitiamoci però a esaminare l'integrità che ci fu data all'inizio.
Prima di considerare la misera condizione in cui l'uomo si trova imprigionato, bisogna intendere quale era in origine; dobbiamo infatti evitare, sottolineando troppo accentuatamente i vizi naturali dell'uomo, di sembrare imputarli all'autore della sua natura. L'empietà crede di potersi difendere con questa giustificazione: quanto essa ha di male proviene in qualche modo da Dio e quando la si accusa non esita a rimproverarlo e a rigettare su lui la colpa di cui è giustamente accusata. E quanti vogliono far credere di parlare con maggiore venerazione di Dio, non si stancano di cercare scuse ai propri peccati menzionando la propria natura viziata; non pensano che così facendo accusano Dio di una colpa, anche se indirettamente, perché se vi fosse qualche difetto nella nostra natura originaria, questo risulterebbe a suo disonore. Vedendo dunque la carne così preoccupata di cercare ogni sotterfugio con cui scaricare in qualche modo la colpa dei propri difetti, è necessario opporsi fermamente a tale malvagità. Dobbiamo trattare della sciagura del genere umano in modo di tagliar corto ad ogni scappatoia, onde la giustizia di Dio sia affermata contro ogni accusa e ogni critica. Vedremo in séguito, a suo tempo e a suo luogo, come siamo lontani dalla purezza che era stata data al padre nostro Adamo. Notiamo in primo luogo, che egli è stato tratto dalla terra per essere tenuto a freno onde non s'inorgoglisse. Non v'è nulla di più irragionevole che gloriarci della nostra dignità abitando una dimora di terra e fango, anzi essendo in parte terra e fango. Ma Dio non solamente ha dato l'anima a questo povero vaso di terra, ma anche si è degnato di farlo dimora di uno spirito immortale, di questa immensa liberalità del suo creatore Adamo aveva di che gloriarsi.
2. Il fatto che l'uomo sia costituito da due parti, vale a dire il corpo e l'anima, non deve sollevare problemi. Con questo termine "anima "intendo lo spirito immortale, ma creato, che è la parte più nobile. Talvolta la Scrittura la chiama spirito; questi due termini quando sono uniti insieme differiscono l'uno dall'altro nel significato, ma quando il termine "spirito "si trova da solo equivale ad anima. Così Salomone parlando della morte, dice che lo spirito ritorna a Dio che lo aveva dato (Ec. 7) ; e Gesù Cristo raccomanda il proprio spirito a Dio (Lu 23.46) e santo Stefano a Gesù Cristo (At. 7.59). In questi passi vuole affermare soltanto che quando l'anima sarà uscita dalla prigione del corpo, Dio ne sarà custode perpetuo.
Il grossolano errore di quelli che danno a questa parola spirito il significato di: alito o forza infusa nel corpo, priva però di realtà, è smentito dai fatti e dalla Scrittura tutta. È bensì vero che gli uomini rivolti alla terra più di quanto dovrebbero si inebetiscono e, anzi, allontanati dal Padre e dalla luce, si accecano nelle proprie tenebre fino al punto di pensare che non potranno vivere dopo la morte. Tuttavia la luce non è spenta nelle tenebre al punto che non permanga in loro un qualche sentimento della propria immortalità. La coscienza che, discernendo tra il bene e il male, risponde al giudizio di Dio, è un indice infallibile dell'immortalità dello spirito. Come potrebbe un moto senza realtà presentarsi dinnanzi al giudizio di Dio e imprimere in noi timore della condanna che abbiamo meritato? Il corpo non teme una punizione spirituale: un sentimento di questo genere compete alla sola anima, ne consegue che essa non è priva di realtà.
In secondo luogo, la conoscenza che abbiamo di Dio dimostra che le anime sono immortali, esse infatti indagano oltre il mondo e una ispirazione che svanisce non potrebbe giungere alla sorgente di vita. Insomma, le numerose qualità degne di nota di cui l'anima è adornata, mostrano chiaramente impresso in essa un non so che di divino; e sono altrettante testimonianze della sua essenza immortale. Infatti il sentimento delle bestie brute non oltrepassa il loro corpo e non si estende oltre le realtà offerte ai sensi; ma l'agilità dello spirito umano che percorre il cielo e la terra e i segreti della natura, dopo aver raccolte tante cose nella sua memoria, elaborandole e traendo dal passato le conseguenze per l'avvenire, mostra esservi nell'uomo una parte separata dal corpo. Con l'intelligenza concepiamo Dio e gli angeli che sono invisibili, cosa che il corpo non potrebbe fare; possiamo intendere quanto è diritto, giusto ed onesto, e questo non può essere fatto dai nostri sensi corporei.
Bisogna dunque che lo spirito sia sede e fondamento di questa intelligenza. Persino il sonno, che abbruttendo gli uomini sembra privarli della loro vita, è testimone verace della loro immortalità: poiché non solamente suggerisce riflessione e comprensione di realtà che non hanno mai visto la luce, ma anche le informa delle cose future con quelli che si usano chiamare presagi. Accenno brevemente a queste cose che sono esaltate con grande eloquenza persino dagli scrittori profani: ma ai lettori cristiani sarà sufficiente ricordarle semplicemente.
Inoltre, se l'anima non fosse un'essenza diversa dal corpo, la Scrittura non insegnerebbe che abitiamo una dimora di fango e che morendo usciamo da una abitazione e spogliamo quanto è corruttibile per ricevere nell'ultimo giorno la retribuzione, secondo che ciascuno si sarà comportato nel suo corpo. Certamente questi passi ed altri simili, abbastanza comuni, non solamente distinguono l'anima dal corpo ma attribuendo ad essa complessivamente l'appellativo di uomo, la indicano quale parte principale di noi stessi. Per di più san Paolo, esortando i credenti a purificarsi di ogni impurità di carne e di spirito (2 Co. 7.1) stabilisce senza dubbio due parti nelle quali risiedono le impurità del peccato. Anche san Pietro chiamando Gesù Cristo: pastore delle anime (1 Pi. 2.25) parlerebbe scioccamente se non ci fossero delle anime verso le quali egli esercita questo ufficio. E quanto dice della salvezza eterna delle anime risulterebbe privo di fondamento; ugualmente quando ci ordina di purificare le nostre anime e ricorda che le malvagie cupidigie combattono contro l'anima (1 Pi. 1.9; 2.2) . Lo stesso vale per la epistola agli Ebrei: i pastori vegliano dovendo rendere conto delle nostre anime (Eb. 13.17) ; l'affermazione non avrebbe senso se le nostre anime non avessero una esistenza propria. Con questo si accorda l'invocazione di Dio quale testimone per la propria anima, da parte di san Paolo; se essa non fosse soggetta alla punizione non potrebbe essere chiamata in giudizio davanti a Dio. Una espressione ancora più chiara è nelle parole di Gesù Cristo in cui ci comanda di temere colui che, dopo aver messo a morte il corpo, può mandare l'anima nella geenna del fuoco (Mt. 10.28; Lu 12.5) . Così l'Apostolo nella epistola agli Ebrei, affermando che gli uomini sono i nostri padri carnali ma che Dio è il solo padre degli spiriti (Eb. 12.9) , non poteva dimostrare meglio l'essenza delle anime.
Quel che è più importante, se le anime, liberate dai legami del loro corpo, non continuassero ad esistere non avrebbe alcun senso che Gesù Cristo ci presenti l'anima di Lazzaro godente del riposo e della gioia nel seno di Abramo mentre al contrario l'anima del ricco è tormentata in modo orribile (Lu 16.22) . Lo stesso è confermato da san Paolo quando dice che siamo pellegrini lontani da Dio finché abitiamo nella carne, ma gioiremo della sua presenza quando saremo usciti dal corpo (2 Co. 5.6-8) . Per non dilungarmi su un argomento affatto oscuro ricorderò solo che san Luca enumera tra gli errori dei Sadducci la loro credenza che non esistano spiriti né angeli (At. 23.8) .
3. Prova sicura e solida si può trarre anche dal fatto che l'uomo è stato creato a immagine di Dio (Ge 1.27) . Sebbene la gloria di Dio splenda anche nella parte esterna dell'uomo, non v'è dubbio tuttavia che sede di questa immagine sia l'anima. Non nego che la forma corporea che ci distingue dalle bestie brute ci congiunga a Dio e ci avvicini a lui. E se qualcuno pretende che l'immagine di Dio si esprima anche nel fatto che l'uomo ha la testa levata in alto e gli occhi alzati al cielo per contemplare la sua origine, mentre le bestie hanno la testa volta in basso, non lo contraddirò. Rimanga però sempre certo questo punto, che l'immagine di Dio visibile, o almeno modestamente riflessa in questi segni apparenti, è in realtà spirituale. Alcuni troppo fantasiosi come Osiandro, ponendo questa immagine indistintamente sia nel corpo che nell'anima, mescolano, come si dice, la terra con il cielo. Dicono che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo hanno collocato la propria immagine nell'uomo perché anche se Adamo fosse rimasto nella sua integrità, Gesù Cristo sarebbe comunque diventato uomo. Secondo la loro fantasticheria la natura corporea che doveva prendere Gesù Cristo è stato il modello del corpo umano. Ma dove troveremo che Gesù Cristo sia l'immagine dello Spirito Santo? Riconosco volentieri che nella persona del mediatore risplende la gloria di tutta la divinità: ma come potrebbe la Sapienza eterna essere considerata immagine dello Spirito se essa lo precede nell'ordine? In breve, tutta la distinzione tra Figlio e Spirito Santo è rovesciata se lo Spirito Santo definisce il Figlio come propria immagine. Vorrei anche sapere da costoro in che modo Gesù Cristo rappresenta nella sua carne lo Spirito Santo e quali sono i tratti di una tale rassomiglianza. Questa intenzione: "Facciamo l'uomo simile alla nostra immagine " (Ge 1.26) è comune alla persona del Figlio: ne seguirebbe dunque che egli stesso è la propria immagine, il che è irragionevole. E ancora: se si accetta la loro fantasticheria, Adamo non sarebbe stato formato a somiglianza di Gesù Cristo se non in quanto questi doveva essere uomo. Così il modello su cui Adamo sarebbe stato formato sarebbe Gesù Cristo sotto l'aspetto dell'umanità di cui sarebbe stato rivestito. Ora la Scrittura mostra che egli è stato creato all'immagine di Dio in un altro senso. Più giustificate le argomentazioni di alcuni altri che affermano: Adamo è stato creato a immagine di Dio perché è stato conforme a Gesù Cristo che è questa immagine. Ma anche a questo riguardo non vi è alcuna prova.
Vi è anche una disputa non piccola relativa all'immagine e somiglianza perché i commentatori cercano in queste due parole una diversità che non esiste, poiché il termine "somiglianza "è stato aggiunto come esplicativo di "immagine ". Sappiamo che era abitudine degli Ebrei di usare una ripetizione per spiegare una cosa due volte. Quanto al significato non v'è dubbio che l'uomo sia chiamato immagine di Dio perché gli rassomiglia. Quanti dunque fantasticano sottilmente si rendono ridicoli sia che attribuiscano il nome di u immagine alla sostanza dell'anima e il termine "somiglianza "alle qualità, sia che offrano qualche altra interpretazione. Dio dopo aver parlato di "immagine ", per meglio chiarire quanto era un po' oscuro, aggiunge (come abbiamo detto) la parola "somiglianza "; come se dicesse che vuole formare l'uomo e in esso rappresenterà la propria immagine per mezzo dei segni di somiglianza che scolpirà in lui. Per questo motivo Mosè, raccontando poco dopo lo stesso episodio, adopera due volte il termine "immagine "senza fare menzione della "rassomiglianza".
L'obiezione di Osiandro è sciocca; egli dice che non è chiamata immagine di Dio una parte dell'uomo, cioè l'anima con tutte le sue facoltà, ma Adamo tutto intero a cui è stato imposto il nome della terra da cui è stato preso, Ogni persona di buon senso ne riderà. Perché quando tutto l'uomo è definito mortale, questo non vuol dire che l'anima sia sottomessa alla morte; né al contrario quando è detto che egli è un animale ragionevole, che la ragione o intelligenza appartenga al corpo. L'anima non è l'uomo completo, ma non bisogna trovare assurdo che, in riferimento ad essa, l'uomo sia chiamato immagine di Dio. Tuttavia sostengo questo punto, già menzionato: l'immagine di Dio definisce l'insieme della dignità che distingue l'uomo da ogni specie di animale.
In questa parola dunque è espressa l'integrità di cui era dotato Adamo quando aveva uno spirito retto, sentimenti ben regolati, sensi ben moderati, il tutto ben ordinato in se per rappresentare con tali doti la gloria del suo Creatore. E sebbene il seggio sovrano di questa immagine di Dio sia stato posto nello spirito e nel cuore o nell'anima e nelle sue facoltà, tuttavia non vi è alcuna parte, persino del corpo, in cui non ne brilli qualche scintilla. È noto che in tutte le parti del mondo appare qualche traccia della gloria di Dio: da questo si può arguire che mettendo l'immagine di Dio nell'uomo, tacitamente lo si distingue, sollevandolo al di sopra, da tutte le altre creature. Tuttavia non bisogna credere che gli angeli non siano stati creati ugualmente a somiglianza di Dio; la nostra sovrana perfezione, Cristo ne è testimone, sarà di rassomigliare loro (Mt. 22.30) . Ma giustamente Mosè, attribuendo particolarmente agli uomini questo titolo onorevole, magnifica la grazia di Dio verso di loro specialmente perché vuole siano paragonati solamente alle creature visibili.
4. Tuttavia non sembra esserci ancora una definizione completa di questa immagine se non viene mostrato più chiaramente perché l'uomo debba essere apprezzato e per quali prerogative debba essere considerato specchio della gloria di Dio. Questo non può essere conosciuto meglio che nella restaurazione della sua natura corrotta. Non v'è dubbio che Adamo, decaduto dal suo rango con la sua apostasia, si sia allontanato da Dio. Per questa ragione, pur riconoscendo che l'immagine di Dio non è stata del tutto annientata e cancellata in lui, tuttavia è stata così fortemente corrotta che quanto ne resta è una realtà orribilmente deformata. Il fondamento della salvezza sta in questa restaurazione che otteniamo mediante Gesù Cristo, che per questo motivo è chiamato il secondo Adamo, in quanto ci ricolloca nella situazione di integrità genuina.
San Paolo, contrapponendo lo spirito vivificante portato da Gesù Cristo all'anima vivente con cui Adamo è stato creato (1 Co. 15.45) , stabilisce una misura di grazia maggiore nella rigenerazione dei credenti che nella situazione primitiva dell'uomo. Tuttavia non annulla quanto abbiamo detto: il fine cioè della nostra rigenerazione è che Gesù Cristo ci riformi ad immagine di Dio. Parimenti altrove insegna che l'uomo nuovo è restaurato ad immagine di colui che l'ha creato (Cl. 3.10) ; cui corrisponde l'altra frase: "Vestitevi dell'uomo nuovo che è creato ad immagine di Dio " (Ef. 4.24) .
Cosa intende san Paolo con questa rigenerazione? In primo luogo la conoscenza, in secondo luogo una giustizia santa e genuina. Ne deduco che nel principio l'immagine di Dio si manifestava nella limpidezza di spirito, nella dirittura di cuore e nell'integrità di tutte le parti dell'uomo. Riconosco che queste espressioni di san Paolo intendono esprimere il tutto per mezzo di una parte, tuttavia non si può negare questo fatto: l'elemento principale nel rinnovamento dell'immagine di Dio, aveva nella creazione primaria importanza. A questo si riferisce quanto è scritto in un altro passo: a viso scoperto contempliamo la gloria di Cristo per essere trasformati a sua immagine (2 Co. 3.18) . Cristo è qui l'immagine perfettissima di Dio; se siamo conformati ad essa siamo talmente restaurati da rassomigliare a Dio nella vera pietà, giustizia, purezza e intelligenza. Con questo la fantasticheria della conformità del corpo umano con quello di Gesù Cristo svanisce da sola. Quanto al fatto che il maschio solamente è chiamato immagine e gloria di Dio e la donna è esclusa da tale onore (1 Co. 11.7) appare dal contesto che questo è limitato alla economia terrestre.
Credo di avere sufficientemente dimostrato che l'immagine di Dio, di cui ora trattiamo, si riferisce alla vita spirituale e celeste. Questo è confermato da san Giovanni allorché dice: la vita esistente fin dal principio nella Parola eterna di Dio è stata la luce degli uomini (Gv. 1.4) . Sua intenzione è di esaltare la grazia singolare di Dio che innalza la dignità degli uomini sopra tutti gli animali, di sorta che l'uomo è distinto dal resto, avendo non una vita bruta ma intelligenza e ragione. Così egli mostra come l'uomo sia stato creato all'immagine di Dio. L'immagine di Dio consiste nell'eccellenza della intera natura umana quale splendeva in Adamo prima della sua caduta e che in séguito è stata sfigurata e quasi cancellata, talché quanto rimane di questa rovina è confuso, spezzato, sconvolto e infettato. Ora questa immagine appare in una certa qual misura negli eletti in quanto sono rigenerati dallo Spirito: ma raggiungerà la sua pienezza solo nel cielo.
Per meglio veder nel dettaglio quali ne siano le parti, è utile trattare delle facoltà dell'anima. È malfondata infatti la riflessione di sant'Agostino secondo cui l'anima è uno specchio della Trinità dato che essa comprende in se intelligenza, volontà e memoria. Anche l'opinione di quanti pongono l'immagine di Dio nella preminenza che è stata data all'uomo nel mondo, non ha molta giustificazione né ragion d'essere: poiché pensano che l'uomo sia conforme a Dio per la caratteristica di essere stato stabilito proprietario e possessore di ogni cosa. È invece proprio in lui, e non intorno a lui, che dobbiamo cercare questo bene interiore dell'anima.
5. Prima di continuare è necessario confutare la fantasticheria dei Manichei cui Serveto si è sforzato di ridare vita ai nostri giorni. Quando è detto che Dio ha soffiato nel volto dell'uomo lo spirito di vita (Ge 2.7) hanno pensato che l'anima fosse un rampollo della sostanza di Dio quasi una porzione della divinità infusa nell'uomo. Ora è facile mostrare quali e quanto gravi assurdità comporti questo diabolico errore. Se l'anima dell'uomo nasce dall'essenza di Dio come un pollone, ne consegue che la natura di Dio è mutevole e soggetta alle passioni, persino all'ignoranza, alle malvagie cupidigie, alle infermità e ad ogni genere di difetti. Nulla è più incostante dell'uomo perché ha sempre dei moti contrari che conducono e distraggono la sua anima qua e là: si inganna e cade in errore ad ogni momento, soccombe a ben piccole tentazioni. In breve, sappiamo che l'anima è una spelonca ripiena di immondizie e fetori che bisognerebbe attribuire alla natura di Dio qualora si accettasse che l'anima sia parte della sua essenza come un rampollo lo è della sostanza dell'albero. Chi non inorridisce di fronte a tali mostruosità? È ben vera la citazione riportata da san Paolo di un poeta pagano secondo cui siamo discendenti di Dio (At. 17.28) ; ma questo si riferisce alla qualità, non alla sostanza, vale a dire al fatto che ci ha arricchito di facoltà e virtù divine. È segno di insensatezza assoluta voler smembrare l'essenza del creatore in modo che ciascuno ne possieda una parte.
Dobbiamo anche tener per certo che sebbene l'immagine di Dio sia scolpita nelle anime, esse non sono per questo meno create degli angeli. Ora creazione non è trasfusione, come se si travasasse il vino da un vaso in una bottiglia, ma indica il dare origine ad una essenza che non esisteva. E sebbene Dio dia lo spirito e poi lo riprenda, questo non significa che lo ritagli dalla propria sostanza come il ramo da un albero. Osiandro svolazzando nelle sue speculazioni prive di senso si è cacciato in un ben cattivo errore ed ha inventato una giustizia essenziale di Dio infusa nell'uomo: quasi Dio per la potenza infinita del suo Spirito non potesse renderci conformi a se, e in Gesù Cristo non versasse la sua sostanza in noi, in modo anzi che la sostanza della sua divinità venga nelle nostre anime. Si sforzino pure di abbellire queste illusioni con varie ragioni, non riusciranno mai a incantare le persone ragionevoli, che comprenderanno come tutto questo derivi dalla setta dei Manichei. E infine quando san Paolo tratta della nostra restaurazione, è facile dedurre dalle sue parole che Adamo, nella sua origine era conforme a Dio, non per deflusso di sostanza ma per la grazia e virtù dello Spirito Santo. Egli dice infatti che contemplando la gloria di Cristo, siamo trasformati nella stessa sua immagine come attraverso lo spirito del Signore (2 Co. 3.18) , il quale opera in noi non in modo da renderci però partecipi della sostanza di Dio.
6. Sarebbe follia rivolgersi ai filosofi per avere una definizione sicura dell'anima dato che nessuno di loro, eccettuato Platone, ne ha mai affermato esplicitamente l'essenza immortale. Gli altri discepoli di Socrate ne parlano, ma in modo incerto, perché nessuno ha osato definire quello di cui non era convinto. Platone ha una concezione più esatta degli altri in quanto considera che l'immagine di Dio dimori nell'anima mentre le altre sette vincolano le virtù e le facoltà dell'anima alla vita presente al punto da non lasciare quasi sussistere realtà all'infuori del corpo. Ma abbiamo più sopra insegnato con la Scrittura che si tratta di una sostanza senza corpo. Bisogna ora aggiungere che sebbene non possa essere contenuta in un luogo, tuttavia deposta ed alloggiata come nei corpi essa vi abita come in un domicilio, non solo per dare vigore alle membra e rendere gli organi esterni adatti ed utili alle loro azioni, ma anche per avere la preminenza onde reggere e governare la vita dell'uomo; non solamente nelle deliberazioni e negli atti concernenti la vita terrestre, ma anche per svegliarlo e guidarlo a temere Dio. Sebbene quest'ultimo punto non possa essere percepito chiaramente nella nostra natura corrotta, tuttavia qualche traccia rimane impressa in mezzo ai difetti. Donde viene infatti la grande preoccupazione degli uomini per la propria reputazione se non da un sentimento di vergogna che hanno scolpito in loro? E donde viene questa vergogna se non dal fatto che sono costretti a sapere che cosa è l'onestà? La sorgente e causa si trova nel fatto che essi comprendono di essere nati per vivere giustamente; in ciò è contenuto un qualche germe di religione.
L'uomo è stato, senza dubbio, creato per aspirare alla vita celeste, ma è altresì certo che il gusto e la comprensione di essa sono stati impressi nella sua anima. Infatti l'uomo sarebbe privato del frutto principale della sua intelligenza se ignorasse la propria felicità, la cui perfezione consiste nell'essere uniti a Dio. Tendere a questo scopo è così il fatto essenziale per l'anima e ognuno conferma, nello sforzo con cui si avvicina e tende a tale unione, di essere dotato di ragione.
Quanti affermano esservi numerose anime nell'uomo, per esempio la sensitiva e la razionale, sebbene sembrino proporre qualcosa di probabile, devono tuttavia essere respinti non essendo fondati su alcuna certezza. Non prendiamo piacere a tormentarci in cose frivole ed inutili. Essi dicono esservi una grande opposizione tra i movimenti del corpo, chiamati organici, e la parte razionale dell'anima; come se la ragione stessa non fosse agitata in se da diverse lotte e le sue deliberazioni e decisioni non combattessero spesso tra loro come un esercito contro l'altro. Questi disordini procedono dalla depravazione naturale; è erroneo dunque affermare l'esistenza di due anime solo perché le facoltà non si accordano in misura e proporzione eguale, come sarebbe giusto e necessario.
Per quanto riguarda le facoltà, lascio ai filosofi di specificarle in dettaglio; ci basterà averne una semplice esposizione per edificarci nella pietà. Riconosco che quanto insegnano su questo argomento è vero e non solamente gradevole a conoscersi ma utile e ben elaborato e non vorrei affatto scoraggiare quanti hanno desiderio di imparare dall'applicarvi il loro studio. Accetto dunque in primo luogo i cinque sensi, che Platone però preferisce chiamare organi; per essi, come attraverso canali, tutti gli oggetti che si presentano alla vista, al gusto, all'olfatto o al tatto scorrono al senso comune come in una cisterna che riceve da una parte e dall'altra. In séguito l'immaginazione, che discerne quanto il senso comune ha concepito e appreso; poi la ragione, che compie il suo ufficio giudicando di tutto. Infine sopra alla ragione è l'intelligenza che contempla ogni cosa toccata dalla ragione nei suoi discorsi con sguardo posato e determinato. Così vi sono tre virtù nell'anima volte a conoscere ed intendere, e per questo sono chiamate cognitive; vale a dire la ragione, l'intelligenza e la fantasia. Ad esse corrispondono tre altre appartenenti al desiderio; vale a dire la volontà, il cui ufficio è di realizzare quanto l'intelligenza e la ragione le propongono; la collera che segue quanto le è presentato dalla ragione e dalla fantasia; la concupiscenza che si appropria di quanto le è sottoposto dalla fantasia e dai sensi.
Siano pur vere tutte queste cose, o per lo meno verosimili; tuttavia non è il caso di soffermarcisi, poiché c'è il pericolo che non ci possano affatto aiutare e ci potrebbero tormentare molto con la loro oscurità. A qualcuno sembra bene distinguere altrimenti le facoltà dell'anima: per esempio è chiamata "appetitiva" quella che, senza avere ragione in se obbedisce tuttavia alla ragione: l'altra è chiamata "intellettiva "e partecipa alla ragione. Io non farò molte obbiezioni. Non vorrei neanche contraddire quanto afferma Aristotele, che vi sono tre cose da cui procedono tutte le azioni umane: vale a dire senso, intelletto e appetito. Scegliamo piuttosto la distinzione offertaci dai filosofi che può essere compresa dai più semplici: quando vogliono parlare molto semplicemente, dopo aver diviso l'anima in appetito ed intelligenza, dividono ancora ciascuna in due parti. Affermano esservi una "intelligenza contemplativa "che non passa all'azione ma si ferma semplicemente a contemplare ed è espressa dalla parola ingegno come dice Cicerone. L'altra è "pratica "e dopo avere appreso il bene o il male, muove la volontà a seguirlo o fuggirlo: in questo è contenuta la scienza del vivere rettamente. Similmente dividono l'appetito in concupiscenza e volontà: "volontà "quando il desiderio dell'uomo segue la ragione, "concupiscenza "quando si lascia andare all'intemperanza respingendo il giogo della razionalità. In tutto questo pensano esserci nell'uomo una ragione con la quale egli può rettamente governarsi.
7. Siamo costretti ad assumere un certo distacco da questo modo di insegnare perché i filosofi non avendo mai conosciuto il peccato originale, che è la punizione per la rovina di Adamo, confondono con leggerezza due situazioni dell'uomo molto diverse l'una dall'altra. Dobbiamo dunque adoperare un'altra divisione: vi sono due parti nella nostra anima, intelligenza e volontà. L'intelligenza serve a discernere fra tutte le cose che ci vengono proposte e a giudicare quanto dobbiamo accettare o condannare. Compito della volontà è di accettare e seguire quanto l'intelletto avrà giudicato essere buono e al contrario respingere e fuggire quanto sarà stato riprovato. Non dobbiamo lasciarci fermare qui dall'obbiezione troppo sottile di Aristotele, secondo cui nell'intelligenza non vi è propriamente alcun movimento, ma è la scelta a muovere l'uomo; senza smarrirci in questioni superflue, ci basti sapere che l'intelletto è come la guida dell'anima, la volontà dipende dal suo beneplacito e non ha desideri finché abbia avuto la sua approvazione. Tuttavia Aristotele molto giustamente afferma in un altro passo che il respingere o il desiderare è per l'appetito ciò che il negare o l'approvare sono per l'intelletto. Vedremo in séguito quanto la direzione dell'intelletto sia sicura nel guidare la volontà. Non pretendiamo a questo punto far altro che mostrare come tutte le virtù dell'anima umana si riducano ad uno di questi due aspetti. In questo modo i sensi sono inclusi nell'intelletto mentre invece i filosofi li separano affermando che questi propendono al piacere e quello all'onestà e alla virtù; tanto più che invece del termine appetito adoperiamo la parola volontà, che è più usata.
8. Dio ha fornito dunque all'anima l'intelligenza con la quale poter discernere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto e vedere ciò che debba seguire o fuggire, guidata dalla luce della ragione. Per questo motivo i filosofi hanno definito: direttrice, questa parte dell'anima. Parimenti egli vi ha aggiunto la volontà che comporta la possibilità di scelta. Queste facoltà hanno ornata e nobilitata la condizione primitiva dell'uomo affinché avesse abilità, prudenza, giudizio e discrezione non solo per quanto concerne la vita terrestre, ma per giungere fino a Dio e alla perfetta felicità. Vi è stata aggiunta la facoltà di scelta per guidare i desideri, moderando tutti i movimenti chiamati organici, in modo che la volontà si conformasse perfettamente alla regola e alla moderazione della ragione.
In questa integrità l'uomo possedeva il libero arbitrio con il quale avrebbe ottenuto la vita eterna se avesse voluto. È fuori luogo menzionare qui la predestinazione occulta di Dio perché la questione non è di sapere quel che avrebbe potuto avvenire o meno, ma quello che la natura dell'uomo è stata di per se. Adamo, se avesse voluto, avrebbe potuto rimanere in piedi, dato che e caduto per volontà propria. Ma la sua volontà era orientabile verso il bene e verso il male e non gli era data costanza di perseverare; perciò cadde subito e così facilmente. Tuttavia egli ha potuto scegliere tra il bene e il male; non solo, ma vi era una integrità perfetta tanto nella sua intelligenza quanto nella sua volontà. E anzi, tutte le parti dell'organismo erano inclini e pronte ad obbedire al bene fino a quando, perdendosi e rovinandosi, egli ha corrotto tutti i suoi beni. Su questo punto i filosofi sono stati accecati e ottenebrati cercando un edificio intero e bello un rudere e rapporti ben regolati in un caos. Si sono attenuti a questo principio: l'uomo non sarebbe un animale razionale se non potesse scegliere tra il bene e il male. Erano anche d'avviso che se l'uomo non può impostare la propria vita con decisioni proprie non esiste alcuna distinzione tra i vizi e le virtù. Avrebbero avuto ragione se non vi fosse stato alcun cambiamento nell'uomo. Essendo loro ignota la caduta di Adamo e il disordine che ne è seguito, non bisogna stupirsi se hanno mescolato cielo e terra.
Coloro però che si dichiarano cristiani e tuttavia tengono i piedi in due staffe mischiando la volontà di Dio con quanto hanno detto i filosofi e cercando ancora nell'uomo quel libero arbitrio, che è stato perso e rovinato nella sua morte spirituale, sono del tutto insensati e non stanno né in cielo né in terra, come vedremo a suo tempo. Per ora dobbiamo ritenere che Adamo nella originaria creazione era ben diverso da tutta la sua discendenza. Questa, derivando da una radice corrotta e marcia, ne ha tratto un contagio ereditario. Tutte le parti dell'anima erano preordinate ad avere ciascuna il suo posto, l'intelletto era sano ed integro, la volontà era libera di scegliere il bene. Se si obietta che essa si trovava in una posizione pericolosa perché aveva una facoltà e una possibilità inefficienti, risponderò che per togliere ogni scusa basta il fatto che Dio l'avesse posta nella situazione che abbiamo detto. Infatti non c'era ragione perché Dio fosse costretto a creare l'uomo tale da non poter o non voler in alcun modo peccare. È vero che in tal modo la sua natura sarebbe risultata più eccellente, ma è irragionevole lamentarsi e criticare Dio come se egli fosse stato tenuto a dotare l'uomo di questa virtù: se avesse voluto avrebbe potuto dargli ancora meno. Perché Dio non l'ha sostenuto affinché perseverasse, è un fatto nascosto nel suo segreto consiglio e il nostro dovere è di essere sobri. Adamo che aveva ricevuto tali virtù non è dunque scusabile per aver volontariamente causato male e confusione senza che alcuna necessità gliene fosse stata imposta da Dio, il quale gli aveva precedentemente dato una volontà neutra e che si poteva volgere al bene e al male. E sebbene essa fosse fallibile, Dio non ha mancato di trarre occasione di gloria dalla caduta.
CAPITOLO XVI
DIO HA CREATO IL MONDO PER MEZZO DELLA SUA POTENZA, LO GOVERNA E LO MANTIENE CON QUANTO È CONTENUTO PER MEZZO DELLA SUA PROVVIDENZA
1. Inefficace e vuota risulterebbe la nostra concezione di Dio qualora lo riducessimo ad un creatore situato nel tempo e per breve durata, limitatosi a compiere la sua opera una volta per tutte. In questo principalmente dobbiamo distinguerci dai pagani e dalla gente profana: per noi la potenza di Dio risulta evidente nella condizione attuale del mondo come nella sua creazione. Sebbene i pensieri degli increduli siano anche costretti dalla contemplazione del cielo e della terra ad innalzarsi al Creatore, tuttavia la fede ha la sua motivazione propria nell'assegnare a Dio la lode intera per avere creato ogni cosa. A questo mira la citazione dell'Apostolo secondo cui per fede comprendiamo che il mondo è stato così ben costruito dalla parola di Dio (Eb. 11.3) . Se non consideriamo anche la provvidenza, con cui egli continua a mantenere ogni cosa, non potremmo comprendere rettamente cosa significhi l'affermazione che Dio è il creatore; anche se ci sembra chiara nel nostro spirito e la confessiamo con le labbra. Il sentimento umano, avendo ammirato la potenza di Dio manifestatasi una volta nella creazione, si ferma a questo, giungendo, al massimo, a considerare la sapienza, la potenza e la bontà dell'artefice che si offre agli occhi in questa grande e nobile costruzione, anche quando non la si voglia esaminare; concepisce anche l'esistenza di una qualche attività generale di Dio da cui dipendono ogni energia e movimento in vista della conservazione e direzione di tutto. Considera insomma che l'energia dispiegata da Dio al principio sia del tutto sufficiente a conservare le cose nella loro condizione.
Ora la fede deve andare oltre e riconoscere quale governatore e custode perpetuo colui che ha riconosciuto quale creatore; e questo non solo per il fatto che egli guida il mondo e tutte le sue parti con movimento universale, ma perché sostiene, nutre e cura ogni creatura fino ai piccoli uccelletti. Per questa ragione Davide, dopo aver detto brevemente che il mondo è stato creato da Dio, parla di questa continua opera di governo: "I cieli "dice "sono stati stabiliti dalla parola di Dio e tutta la loro gloria dallo spirito della sua bocca " (Sl. 33.6) , poi aggiunge che Dio guarda tutti coloro che abitano la terra e annulla i piani delle nazioni (versetto 13) . Non tutti riflettono con l'intelligenza che sarebbe necessaria, tuttavia nessuno crede a ragion veduta che il mondo sia costruito da Dio, senza essere parimenti persuaso che egli si preoccupa delle sue opere; non è infatti credibile che Dio si preoccupi degli affari umani se il mondo non fosse opera sua. Davide procede nel giusto ordine conducendoci da un pensiero all'altro.
È vero che anche i filosofi insegnano in generale che tutte le parti del mondo traggono e ricevono vigore da una segreta ispirazione di Dio: e anche i nostri sensi lo pensano. Tuttavia nessuno perviene alla chiarezza cui è pervenuto Davide e cui conduce ogni credente dicendo: "Tutti aspettano da te, o Signore, che tu dia loro il cibo quando è il momento; quando tu lo dai, lo prendono, quando tu apri la mano sono saziati di beni. Non appena tu distogli la tua faccia sono smarriti, quando ritiri il tuo Spirito vengono meno e cadono in polvere, quando mandi il tuo Spirito si riprendono e rinnovano la faccia della terra " (Sl. 104.27-30) . E sebbene i filosofi accettino l'affermazione di san Paolo secondo cui abbiamo l'essere e il movimento e la vita in Dio (At. 17.28) , tuttavia sono ben lungi dall'essere commossi dal sentimento della sua grazia quale san Paolo l'annunzia; secondo l'Apostolo, Dio ha di noi cura speciale nella quale manifesta la sua paterna benevolenza che i sensi carnali non possono gustare.
2. Per meglio chiarire questa diversità dobbiamo notare che la provvidenza di Dio, quale è presentata dalla Scrittura, è contrapposta alla sorte e al caso. L'opinione che tutte le cose avvengano per caso fortuito e stata accettata in ogni epoca, ancor oggi è in voga e domina tutti gli spiriti; ciò che avrebbe dovuto essere ben chiaro riguardo alla provvidenza di Dio ne è obnubilato e anzi completamente sepolto. Se uno cade nella mano dei briganti o incontra delle bestie selvagge; se è gettato nel mare dalla tempesta, se e schiacciato dal crollo di una casa o di un albero; se un altro errando nei deserti trova di che saziare la sua fame, se dalle onde del mare è gettato nel porto scampando miracolosamente la morte per un pelo, la ragione carnale attribuirà questi incontri, tanto buoni che cattivi, alla sorte. Ma tutti coloro che avranno imparato dalla bocca di Cristo che i capelli del nostro capo sono contati (Mt. 10.30) cercheranno più lontano la causa e saranno sicuri che gli avvenimenti, comunque accadono, sono guidati dalla secreta volontà di Dio. Quanto alle cose inanimate, dobbiamo tenere per certo che sebbene Dio abbia assegnato a ciascuna la propria caratteristica, tuttavia esse non possono produrre i loro effetti se non nella misura in cui sono guidate dalla mano di Dio. Esse non sono dunque altro che strumenti in cui Dio colloca, in modo costante e durevole, l'efficacia che ritiene opportuno e li adopera a suo piacimento e li dirige al fine che vuole.
Non v'è fra le creature potenza più nobile e mirabile di quella del sole; quale forza la sua che, oltre a rischiarare tutto il mondo con la sua luce, nutre e fa crescere nel suo calore tutti gli animali, ispira con i suoi raggi fertilità alla terra scaldandovi la semenza che vi si getta! Dopo aver fatto verdeggiare l'erba la fa crescere dandole sempre nuova sostanza, finché il grano e gli altri cereali si levano in spighe ed esso così nutre ogni semenza con il suo calore onde farla fiorire e dal fiore giungere al frutto, riscaldando il tutto fino a quando non l'abbia condotto ad essere maturo. Quale bellezza e potenza anche nel fare germinare le vigne, farle produrre foglie e fiori e alla fine un frutto sì eccellente. Ora Dio, onde riservarsi la lode intera per tutte queste cose, prima di creare il sole ha voluto che vi fosse luce nel mondo e che la terra fosse provvista e rivestita di ogni genere di erbe e di frutti (Ge 1.3-11) . Per questo motivo il credente non considererà il sole causa principale o necessaria delle cose esistite prima che il sole stesso fosse creato o prodotto, ma lo considererà strumento di cui Dio si serve come piace a lui: egli può portare a termine la sua opera da se stesso, senza questo strumento. D'altra parte quando leggiamo che a richiesta di Giosuè il sole si è fermato ad un certo punto durante due giorni (Gs. 10.13) e in favore del re Ezechia l'ombra fu retrocessa di quindici gradi (2 Re 20.2) , dobbiamo notare che Dio con questi miracoli ha mostrato che il sole non è condotto da un movimento naturale a levarsi e coricarsi ogni giorno. Egli ne ha la sovrana direzione per farlo procedere o trattenerlo, allo scopo di rinnovare il ricordo della paterna generosità mostrata nei nostri riguardi con la creazione del mondo. Nulla è più naturale che vedere le quattro stagioni dell'anno succedersi l'una all'altra; tuttavia in questa continua successione c'è una tale diversità che ogni anno, ogni mese e ogni giorno risultano chiaramente caratterizzati in un modo o in un altro da una speciale provvidenza di Dio.
3. E infatti il Signore si attribuisce ogni potenza e vuole che la riconosciamo in lui; non come la immaginano i sofisti, vana, oziosa e quasi assopita, ma sempre vigile, piena di efficacia e di attività. E dobbiamo riconoscere che egli è all'origine del movimento delle creature, e non solo in modo generico e astratto (come se qualcuno, avendo costruito una volta un canale e avendo condotto l'acqua a scorrervi, la lasci in séguito fluire da se stessa) , ma nel senso che governa e conduce senza pausa anche i movimenti particolari. Dio è onnipotente non perché abbia la possibilità di fare ogni cosa e tuttavia se ne stia ozioso; o ispiri in modo generico l'ordine di natura che aveva disposto dal principio, ma perché, governando il cielo e la terra con la sua provvidenza, dirige tutto talché nulla avviene diversamente da come egli l'ha determinato. Quando il Salmo afferma che egli fa tutto ciò che vuole (Sl. 115.3) lascia intendere una volontà certa e un deliberato. Sarebbe infatti una ben magra esegesi l'interpretare le parole del Profeta secondo la dottrina dei filosofi e dire che Dio è la causa prima perché è il principio e la ragione di ogni movimento. Mentre costituisce invece una genuina consolazione con cui i credenti addolciscono il dolore nelle avversità la coscienza di non dover sopportare nulla che non sia ordinato e comandato da Dio, poiché sono sotto la sua mano. Se la guida di Dio Si estende così a tutte le sue opere, è una beffa puerile volerla limitare e restringere all'influenza e al corso della natura.
Tutti coloro che in tal modo limitano la provvidenza di Dio, come se egli lasciasse tutte le creature libere di andarsene secondo il corso ordinario della natura, sottraggono a Dio la sua gloria e si privano di una dottrina che sarebbe loro molto utile: nulla infatti sarebbe più miserabile dell'uomo se tutti i movimenti naturali del cielo, dell'aria, della terra e delle acque avessero corso libero contro di lui. Senza aggiungere che tale convinzione rimpicciolisce gravemente la singolare bontà di Dio verso ciascuno. Davide esclama che i piccoli bambini ancora attaccati alle mammelle della madre hanno abbastanza eloquenza per predicare la gloria di Dio (Sl. 8.3) : infatti, non appena sono usciti dal ventre e vengono al mondo, trovano il loro cibo preparato dalla provvidenza celeste. Questo avviene in via generale; tuttavia dobbiamo considerare ciò che l'esperienza mostra chiaramente e cioè che tra le madri, le une hanno le mammelle piene le ben fornite di latte, le altre sono quasi secche a seconda che Iddio voglia nutrire più abbondantemente un bambino e più parcamente un altro.
Ora chi sa lodare Dio rettamente per la sua onnipotenza ne trae un duplice frutto: in primo luogo considerando la sua ampia facoltà di agire (il cielo e la terra sono sotto il suo possesso e la sua sovranità) , dato che tutte le creature dipendono dal suo beneplacito, si assoggetta a lui nell'obbedienza. In secondo luogo può affidarsi con assoluta sicurezza alla sua protezione, dato che quanto potrebbe in qualche modo nuocerci è oggetto alla sua volontà e Satana con tutta la sua collera e le sue macchinazioni è tenuto a freno come da una briglia; e quanto potrebbe ostacolare la nostra salvezza è sottomesso al suo comando.
Né ci dobbiamo illudere di poter sminuire o annullare gli spaventi e i timori eccessivi, che spontaneamente sorgono in noi di fronte al pericolo. Considero superstizioso il nostro timore nella misura in cui temiamo la minaccia delle creature quasi possedessero di per se il potere di nuocerci, o che qualche danno ce ne possa derivare per caso, o che Dio non abbia la possibilità di soccorrerci nel fronteggiarle. Il Profeta, ad esempio, vieta ai figli di Dio di temere le stelle e i segni del cielo, come fanno gli increduli (Gr. 10.2) . Certo egli non condanna ogni timore ma il fatto che gli increduli, trasferendo il governo del mondo da Dio alle stelle, attribuiscono la loro felicità e le loro disgrazie a quest'ultime anziché a Dio. Così, anziché temere Dio temono le stelle, i pianeti, le comete. Chi dunque vorrà evitare di cadere in quest'incredulità si ricordi sempre che il potere, l'azione e il movimento delle creature non sono a loro disposizione ma Dio con la sua volontà secreta governa ogni cosa talché nulla avviene senza essere stato determinato dalla sua conoscenza e volontà.
4. Questo punto deve dunque essere chiaro anzitutto: parlare della provvidenza di Dio, non significa che egli se ne stia ozioso in cielo considerando quanto accade in terra, anzi, come il padrone di una nave, tiene il timone per dirigere tutti gli avvenimenti. E questa parola si riferisce tanto alla sua mano quanto ai suoi occhi: vale a dire, non solo vede, ma anche stabilisce ciò che vuole sia fatto. Allorché Abramo diceva a suo figlio: "Dio provvederà " (Ge 22.8) non intendeva solo attribuire a Dio la prescienza di quanto doveva accadere, ma anche affidargli la cura di risolvere la situazione difficile in cui si trovava: essendo suo ufficio trovare soluzione di casi dubbi. Ne consegue dunque che la provvidenza di Dio è attuosa, come si dice. Sono sciocchi e superficiali quanti si limitano a considerarla semplice prescienza priva di effetto.
Meno grave è l'errore di quanti attribuiscono a Dio un governo generico: riconoscono infatti che Dio mantiene in vita il mondo e tutte le sue parti, ma solo con un movimento naturale senza indirizzare nel particolare quanto avviene. Anche questo errore tuttavia non deve essere accolto. Essi affermano che nel quadro di questa provvidenza, definita universale, nessuna creatura è impedita di volgersi qua e là e l'uomo può guidarsi e dirigersi, dove gli piaccia, con il suo libero arbitrio. Ripartiscono le responsabilità tra Dio e l'uomo in questo modo: Dio, con la sua virtù, ispira all'uomo il movimento naturale onde egli abbia la forza di dedicarsi a quello cui lo conduce la sua natura; e l'uomo con questa facoltà dirige le sue azioni per mezzo della propria volontà e delle proprie decisioni. Insomma, essi immaginano che il mondo e gli uomini siano mantenuti dalla potenza di Dio, ma non siano governati secondo i suoi ordini e le sue disposizioni. Tralascio gli Epicurei (della cui peste il mondo è stato sempre pieno) i quali nelle loro fantasticherie pensano che Dio sia ozioso come un fannullone. Tralascio anche gli altri sognatori i quali nel passato hanno divagato dicendo che Dio governa, ma talmente al di sopra dell'aria, da lasciare al caso quello che avviene di sotto. Anche le creature prive di bocca e di parola protestano contro sì enorme sciocchezza.
La mia intenzione è semplicemente di riprovare l'opinione troppo comune che attribuisce a Dio una azione incerta, confusa e cieca; e gli sottrae in tal modo il fatto principale che con la sua sapienza incomprensibile egli indirizza e dispone ogni cosa al fine che gli sembra buono. Tale opinione non merita di essere accettata perché considera Dio governatore del mondo solo nel titolo e non nell'effetto togliendogli la cura e l'ufficio di quanto deve essere fatto. Cosa significa, vi chiedo, avere imperio e comando se non presiedere in modo che le cose su cui si presiede siano rette nel modo stabilito da disposizione sicura? Non respingo completamente quanto si dice della provvidenza universale di Dio; purché si riconosca che il mondo è governato da Dio non solo in quanto egli mantiene il corso della natura quale l'ha stabilito una volta, ma anche in quanto egli ha cura particolare di ciascuna creatura. È vero che tutte le specie obbediscono ad una tendenza invisibile legata alla loro natura, come se obbedissero ad una norma assoluta cui Dio le ha vincolate; e in questo modo quanto è stato decretato una volta da Dio, scorre e prosegue la sua via sotto forma di tendenza volontaria. A questo può riferirsi la frase del nostro Signore Gesù, secondo cui egli e il Padre sono sempre all'opera dal principio; ed anche l'espressione di san Paolo: "Viviamo in Dio e in lui abbiamo il movimento e l'essere " (At. 17.28) ; analogamente l'Apostolo, per dimostrare la divinità di Gesù Cristo, scrive nell'epistola agli Ebrei che tutte le cose sono mantenute dalla sua volontà onnipotente (Eb. 1.3) . Ma è perverso volere negare e oscurare con queste argomentazioni la provvidenza particolare di Dio, mostrata dalle testimonianze chiare ed esplicite della Scrittura in modo così palese, che c'è da domandarsi come se ne possa dubitare. E infatti, coloro che, per nasconderla, stendono questo velo, sono infine costretti ad ammettere che molte cose si compiono per precisa volontà di Dio: ma sbagliano limitandola a qualche atto particolare. Dobbiamo perciò dimostrare che Dio sovrintende agli avvenimenti in modo tale, che quanto accade è frutto di una sua specifica determinazione e nulla si verifica per caso fortuito.
5. Qualora ammettessimo che il principio di ogni azione è in Dio, pur muovendosi tuttavia ogni cosa a proprio piacimento o a caso, a seconda della propria inclinazione, allora il succedersi del giorno e della notte, dell'inverno e dell'estate sarebbero considerati opera di Dio solo in quanto egli ha assegnato ad ogni stagione il suo corso e le ha imposto certe leggi. Questo sarebbe vero se i giorni succedendo alle notti, i mesi venendo gli uni dopo gli altri, e così gli anni, conservassero sempre uno schema costante. Ma una volta il calore violento con la siccità brucia tutti i frutti della terra, un'altra volta le piogge venendo fuori stagione corrompono e guastano le sementi, la grandine e le tempeste strappano via tutto quello che incontrano; tutto questo non sarebbe ritenuto opera di Dio se le nubi e il bel tempo, il freddo e il caldo fossero causati dalle costellazioni o da altre cause naturali. Ora in questo modo non ci sarebbe posto né per la bontà e la cura paterna di Dio, né per il suo giudizio. I miei avversari affermano che Dio si mostra già abbastanza generoso verso il genere umano instillando una forza normale nel cielo e nella terra per provvederci di alimenti; questa è fantasticheria sciocca e profana, equivale a negare che la fertilità di un anno sia espressione di una benedizione singolare di Dio, la sterilità e la carestia siano espressione della sua maledizione e della sua vendetta.
Ma sarebbe troppo lungo accumulare tutte le ragioni contrarie a questo errore; ci basti dunque l'autorità di Dio: spesso egli dichiara nella Legge e nei Profeti che inumidendo la terra con la brina e la pioggia, egli dimostra la sua grazia; al contrario, è per suo ordine che il cielo si chiude; i frutti sono mangiati e consumati dalla carie e da altre malattie; e ogni volta che vigna, campi e prati sono battuti dalla grandine e dalle tempeste, questo è prova del fatto che egli intende attuare una specifica punizione. Quando ne saremo ben persuasi saremo anche certi che non cade una sola goccia di pioggia senza la sua volontà precisa Davide esalta la provvidenza generale di Dio che nutre i piccoli corvi che l'invocano (Sl. 147.9) ; ma quando Dio minaccia di carestia tutti gli animali non mostra forse chiaramente che per un tempo li nutre generosamente e poi parsimoniosamente, secondo che gli par bene? Come ho già detto, è una sciocchezza puerile limitare questo intervento solo ad alcuni atti particolari, dato che Gesù Cristo dichiara senza alcuna eccezione, non esservi uccelletto, anche piccolo, a cadere in terra senza la volontà di Dio Padre (Mt. 10.29) . Se il volo degli uccelli è guidato dall'infallibile consiglio di Dio, bisogna ben riconoscere con il Profeta che egli abita in alto e degna abbassarsi per vedere quanto si fa nel cielo e sulla terra (Sl. 113.5-6) .
6. Sappiamo che il mondo è stato creato principalmente in vista del genere umano; parlando dunque della provvidenza di Dio dobbiamo sempre cercare di sapere quale cura egli abbia di noi. Il profeta Geremia esclama esplicitamente: "O Signore, io so che la via dell'uomo è in suo potere e che non è in poter dell'uomo di dirigere i suoi passi " (Gr. 10.23) . Così Salomone: "i passi dell'uomo li dirige Dio; come può l'uomo comprendere la sua propria via?" (Pr 20.24) . I miei oppositori vengano a dire adesso che l'uomo riceve il suo movimento naturale dalla disposizione di natura, pur volgendolo qua e là dove gli sembra bene: se questo fosse vero l'uomo disporrebbe delle proprie vie. Se lo negano, considerando che egli nulla può senza la potenza di Dio, io replico che non potranno sfuggire all'opposizione della Scrittura: Geremia e Salomone attribuiscono a Dio non solo il dono di un potere di decisione ma altresì la decisione, la volontà e la determinazione di quanto si deve fare.
In un altro testo Salomone denuncia molto bene questa temerarietà degli uomini i quali, senza preoccuparsi di Dio, quasi non fossero condotti dalla sua mano, si propongono quanto viene loro in testa: "L'uomo dispone nel suo cuore ma Dio guida la lingua " (Pr 16.1) . Come se dicesse che è follia ridicola per un povero uomo deliberare senza Dio di far ogni cosa, mentre non può neanche proferire una parola senza permesso.
Per di più la Scrittura, volendo esprimere ancor meglio che nulla può farsi senza Dio e la sua predestinazione, gli attribuisce le cose apparentemente più fortuite. Quale avvenimento più casuale che la caduta di un ramo di un albero che uccide un passante? Ora Dio ne parla ben diversamente affermando di aver dato la morte a quest'uomo (Es. 21.13) . Tutti dicono che la nostra sorte è in balia della fortuna; Dio però non tollera si parli così affermando che il giudizio gli appartiene. Non dice semplicemente che per sua volontà i numeri della lotteria sono gettati nell'urna e ne sono estratti, ma si riserva la parte che si voleva attribuire alla fortuna, cioè di indirizzare a suo piacimento i numeri (Pr 16.33) .
Concorda con questo la frase di Salomone: "Il povero e il ricco si incontrano, Dio ha dato la luce ai loro occhi " (Pr 22.2) . Con questa affermazione vuol dire che sebbene nel mondo i ricchi siano mescolati ai poveri, tuttavia Dio assegna a ciascuno la sua condizione non in modo avventato, alla cieca, ma illumina gli uni e gli altri: e così esorta i poveri alla pazienza, perché chi non si accontenta della propria situazione cerca di scuotere con le sue forze il giogo che Dio ha imposto. Similmente l'altro Profeta rimprovera gli increduli che attribuiscono all'abilità degli uomini o alla fortuna il rimanere in miseria di alcuni e l'elevarsi di altri agli onori e alla dignità: "Non è né da levante, né da ponente, né da mezzogiorno che vengono gli onori, perché Dio ne dispone come giudice: è lui che umilia; è lui che innalza " (Sl. 75.7) . E conclude che Dio non può essere privato dell'ufficio di giudice e dunque per sua segreta disposizione gli uni progrediscono e gli altri rimangono disprezzabili.
7. Io affermo anzi che gli avvenimenti singoli sono in generale testimonianze della provvidenza particolare di Dio. Mosè racconta che Dio ha suscitato un vento da mezzogiorno nel deserto per portare una quantità infinita di quaglie (Es. 16.13) . È detto anche che volendo far gettare Giona nel mare ha mandato un grande turbine ed una tempesta. Chi non crede che Dio tenga il timone del mondo dirà che questo è avvenuto al di fuori della normalità. Io ne deduco che nessun vento si leva mai senza speciale ordine di Dio. E inoltre non sarebbe vera la dottrina del Profeta secondo cui egli fa dei venti i suoi messaggeri e dei fuochi ardenti i suoi servitori, delle nuvole il suo carro e cavalca sulle ali del vento (Sl. 104.4) : egli smuove a suo piacimento tanto le nuvole quanto i venti, mostrando in questo una particolare presenza della sua potenza. E altrove impariamo che ogniqualvolta il mare è turbato dall'impetuosità dei venti, questo cambiamento indica una speciale presenza di Dio: "Egli comanda "dice il Profeta "e smuove i venti turbinosi e fa schiumare i flutti del mare, poi ferma la tempesta, la tranquillizza e fa cessare le onde per i naviganti " (Sl. 107.2529) . Così Dio stesso dichiara altrove di aver punito il popolo con venti ardenti (Am. 4.9) .
Similmente pur avendo gli uomini la possibilità naturale di generare, tuttavia gli uni sono privi di discendenza, gli altri ne hanno abbondantemente; Dio vuole sia riconosciuto che questo proviene dalla sua grazia particolare secondo quanto è detto nel Salmo: il frutto del ventre è dono di Dio. . Per questo motivo Giacobbe diceva a sua moglie Rachele: "Sono io al posto di Dio per darti dei figli? " (Ge 30.2) .
Per concludere, consideriamo come non vi sia nulla di più naturale del fatto che ci nutriamo di pane. Ora lo Spirito dichiara non solo il prodotto della terra essere un dono speciale di Dio, ma aggiunge che l'uomo non vive di solo pane (De 8.3) perché non è sostentato dal nutrimento ma dalla segreta benedizione di Dio. Inversamente egli minaccia di togliere la risorsa del pane (Is. 3.1) . E non potremmo presentare seriamente questa richiesta: Dacci il nostro pane quotidiano, se Dio non ci nutrisse con la sua mano paterna. Così il Profeta, onde persuadere i credenti che Dio, pascendoli esercita la funzione di un buon padre di famiglia, dichiara che egli dà nutrimento a tutti. Insomma, quando udiamo da una parte: "Gli occhi di Dio seguono i giusti, le sue orecchie ascoltano le loro preghiere ", e dall'altra: "L'occhio di Dio segue i malvagi per strapparne la memoria dalla terra " (Sl. 34.16-17) , sappiamo che ogni creatura in cielo e in terra è pronta al suo servizio ed egli l'adopera allo scopo che vuole. Dobbiamo così concludere non esservi solamente una provvidenza generale di Dio per mantenere l'ordine naturale nelle sue creature: ma che esse sono tutte stabilite per suo ammirevole disegno e adatte ai loro fini.
8. Quanti vogliono rendere odiosa questa dottrina obiettano calunniosamente che sono gli Stoici, nelle loro speculazioni, a sostenere la tesi secondo cui ogni cosa avviene per necessità. Questo è stato rimproverato anche a sant'Agostino. Per quanto ci riguarda, sebbene non polemizziamo volentieri sulle parole, tuttavia faccio notare che non accettiamo il termine: fatum, adoperato dagli Stoici, sia perc